Esteri

Fidel: che cosa c'entra Cuba con le dittature del mondo arabo

L’esaltazione di Castro trasmette messaggi sbagliati agli islamisti: prima o poi l'Occidente legittimerà il loro potere agli occhi della Storia

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Sherif El Sebaie

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Il giorno in cui Fidel Castro è morto, si è assistito ad un fenomeno abbastanza curioso: molte delle voci che per anni hanno descritto Mubarak, Gheddafi, Ben Ali ed ora anche El Sisi come feroci e sanguinari dittatori, si sono sperticate in lodi ed omaggi dove il Lider maximo viene descritto come un eroico statista rivoluzionario del Novecento. L’aspetto più biasimevole della mitizzazione di un dittatore che ha governato con  il pugno di ferro una piccola isola per oltre mezzo secolo prima di passare lo scettro al fratello, è che al gioco encomiastico si sono prestati anche gli stessi leader occidentali, a cominciare dalla Commissione Europea che l’ha descritto come un “eroe per molti”.

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Non vi è alcun dubbio che Castro si sia ritagliato uno spazio nei libri di storia, e che abbia avuto meriti e limiti come qualsiasi personaggio politico, ma da lì a descriverlo come eroe del Novecento ce ne passa. Se la definizione di dittatore non è cambiata sul dizionario, chi governa per cinquant’anni incarcerando gli oppositori salvo passare il potere ad uno stretto familiare può essere definito solo come tale. Definizione ancor più calzante se, dopo aver gettato le basi per una società istruita e soddisfatta nei suoi bisogni primari, non sono state gettate quelle per un passaggio di consegne ad una realtà multipartitica dove tutte le opinioni sono libere di esprimersi.

A sentire i sostenitori di Castro, infatti, sembra che a Cuba siano tutti istruiti e nutriti grazie alla Revolucion. Ammesso che sia veramente così (e in tal caso non si spiega perché vi furoreggia il turismo sessuale), ne consegue che sul piano teorico, sono venuti meno i principali ostacoli che perdurano invece in molti paesi arabi per l’implementazione di una democrazia sana, ovvero la povertà endemica e l’analfabetismo dilagante. Due fenomeni che hanno spinto lo scrittore Alaa Al Aswani - uno dei più accesi oppositori di Mubarak prima e di El Sisi poi - a commentare la vittoria elettorale degli islamisti al Cairo proponendo di privare gli analfabeti del diritto di voto. Una discriminazione per censo che non ha nulla di democratico ma che è un chiaro sintomo del dilemma che gli intellettuali arabi si trovano oggi ad affrontare.

Anche chi scrive ha sempre sostenuto che in molti paesi del Medio Oriente, colpiti dal flagello della povertà e dell’analfabetismo, il modello democratico invece di portare miglioramenti può  generare mostri assai più difficili da affrontare. Come per esempio ritrovarsi sotto un governo islamista, ed essere avviati in modo del tutto democratico ma inconsapevole verso un regime teocratico che rivendica legittimità ed obbedienza in nome di Dio. Un modello al cui confronto, persino le dittature laiche possono sembrare un ostacolo facilmente superabile. Ciò però non toglie nulla al fatto che queste ultime siano a tutti gli effetti delle dittature. Laiche ed illuminate, in qualche caso anche all’avanguardia in temi di assistenza sociale, con sfumature che magari le rendono meno invasive e feroci di altre, ma sempre dittature restano.

Sotto il regime di Saddam per esempio, gli iracheni usufruivano di uno dei migliori sistemi educativi e sanitari del Medio Oriente. E non vi è dubbio che il suo regime rappresentasse il male minore, rispetto alla realtà odierna dove gli scontri interconfessionali hanno creato un terreno fertile per l’Isis. Ma può questo, e il fatto che ad un certo punto è entrato in rotta di collisione con gli USA, cambiare di una virgola il fatto che Saddam fosse un dittatore e trasformarlo di sana pianta in un eroe rivoluzionario? La risposta è no. Ed è alquanto curioso che proprio chi sostiene che al momento le dittature rappresentino il male minore in Medio Oriente debba ribadire questa elementare ovvietà: una dittatura è tale anche quando rappresenta la cura o l’antidoto ad un problema più grave.

Sono costretto a ribadire quanto sopra in particolare ora che è di moda la tendenza dei governi occidentali di coccolare i regimi islamisti, specie laddove questi riescono ad imporsi e perdurare dopo aver rovesciato un regime laico. L’esaltazione della figura di Castro trasmette messaggi sbagliati anche agli islamisti in un momento critico della storia del Medio Oriente che ancora lotta con i postumi della cosiddetta Primavera Araba. E questo messaggio suona più o meno cosi: se gli islamisti riusciranno ad imporsi abbastanza a lungo sulle società di cui potranno prendere il controllo, l’Occidente finirà  prima o poi per legittimare il loro dominio non solo agli occhi del mondo, ma  anche agli occhi della Storia.

Ogni intellettuale arabo laico attende con ansia, ammesso che questo possa accadere mentre è ancora in vita, il giorno in cui la sua società si libererà del giogo dell’analfabetismo e della povertà per votare in maniera consapevole, e quindi al riparo dal rischio di essere strumentalizzata dai  “mercanti della fede”, come vengono indicati comunemente in lingua araba. Ma ci rendiamo tutti conto, a malincuore, che al momento ciò non è fattibile. E chissà se mai lo sarà, tra crisi economiche, demografia galoppante e recrudescenza del terrorismo. Quando il Presidente egiziano El Sisi ribadisce che al momento non è possibile aspettarsi una democrazia secondo gli standard europei nei nostri paesi di origine purtroppo ha ragione.  C’è solo da sperare che la società possa progredire a ritmi più veloci di quelli del cancro dell’Islam politico, che può essere contenuto (ma non estirpato) solo con la cura-choc ora in atto.

Alla luce della glorificazione a reti unificate di Castro, siamo costretti però a riconoscere ad El Sisi un’onestà intellettuale che manca del tutto a chi – pur esaltando il longevo dittatore cubano - lo stigmatizza dopo appena due anni di tumultuoso governo post-islamista richiesto da milioni di cittadini scesi in piazza. Almeno lui ammette che l’Egitto è un paese povero, e che non può ambire a diventare una democrazia secondo gli standard occidentali a breve. Una diagnosi impietosa, che ha scatenato cori di disapprovazione e demonizzazione, ma purtroppo necessaria. E soprattutto  non ipocrita e coerente con l’azione di governo. Perché riconoscere una malattia è il primo passo verso il suo contenimento e la sua cura. A patto di non dimenticare che una cura prolungata che contiene i sintomi ma che non interviene con efficacia sulle cause, può avere col tempo gravi contro-indicazioni sulla salute generale del paziente.

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