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L’ipocrisia sull’omicidio Soleimani e la questione droni

E se il vero obiettivo del missile del drone Usa fosse un altro?

Chi pontifica sul significato dell’uccisione di Qassem Soleimani, dimentica che il vero obiettivo del raid americano era Abu Mahdi Al Muhandis, leader delle milizie filo-iraniane Kataib Hezbollah che operano in Iraq. Solo il caso ha voluto che quel giorno al suo fianco ci fosse anche Qassem Suleimani, deus ex machina della politica militare iraniana in Siria e Iraq da quasi un decennio, il quale proprio quel giorno si trovava a Baghdad per incontrare rappresentanti di Riad.

Era stato Al Muhandis a impartire l’ordine alle forze di mobilitazione popolare Hashd Shaabi (una coalizione di paramilitari sciiti, nata nel contesto della guerra civile irachena contro l’ISIS) di assaltare l’ambasciata americana di Baghdad nei giorni scorsi. Ed è stata proprio quest’azione ad aver convinto il Pentagono e la Casa Bianca a colpirlo, come monito per inibire futuri assalti anti-americani da parte degli iraniani.

Per Washington DC, infatti, nulla è più sacro della sicurezza delle proprie ambasciate e dei propri uomini impegnati all’estero, specie se rievocano i fantasmi dell’assalto all’ambasciata di Teheran del 1979 e della susseguente crisi degli ostaggi. Da qui, senza la panna montata di complotti o segreti inconfessabili che il giornalismo main stream e i social ci propinano inopportunamente a ogni lancio di agenzia, la decisione di uccidere con un drone Al Muhandis.

Ottenuta la conferma della presenza anche del generale Suleimani nel convoglio di Al Muhandis, il consiglio di guerra di Donald Trump ha dovuto decidere se dare luce verde o meno all’uccisione del capo dei Pasdaran, che il governo americano nel 2018 ha inserito nella lista dei «most wanted terrorists» e che rappresentano pertanto un obiettivo strategico da eliminare per Washington, al pari del Califfo dello Stato Islamico Abu Bakr Al Baghdadi e di altri terroristi. Una decisione, dunque, drammaticamente logica, pur nel suo cinismo e in tutta la sua crudeltà.

I Pasdaran, infatti, da più di un quinquennio agiscono sotto la guida diretta di Suleimani con il placet della Guida Suprema dell’Iran, e sotto il suo comando hanno compiuto le più brutali azioni di guerra, vedi l’assedio di Aleppo in Siria. Le Guardie rivoluzionarie coordinano, inoltre, tutte le milizie fedeli a Teheran, anche se non ufficiali: gli Hezbollah in Libano, Hamas e Jihad Islamica in Palestina, gli Houthi in Yemen, Hashd Shaabi in Iraq, e migliaia di volontari asiatici impegnati in Siria almeno dal 2014 in poi. Tutte realtà che il Dipartimento di Stato americano ha definito senza mezzi termini «terroristi» e che, pertanto, il Pentagono combatte con ogni mezzo possibile.

Proprio quest’ultima affermazione – «ogni mezzo possibile» – dovrebbe essere al centro delle discussioni, e non altro. Perché il punto nodale della morte di Qassem Suleimani non è tanto sull’essere pro o contro l’omicidio, ma se esso rientra o meno nei parametri della legge internazionale. La discussione non dovrebbe cioè vertere sul fatto che la morte di Suleimani rappresenti o meno un atto di guerra di Washington contro Teheran (spoiler, non lo è), piuttosto se ciò sia legale o se invece rientri in un atto di terrorismo internazionale.

I droni della CIA da Al Maliki a Giovanni Lo Porto

Quali sono le basi giuridiche dell’utilizzo di droni armati per operazioni militari anti-terrorismo? L’utilità dei droni è indubbia nelle guerre moderne, tuttavia va fatta una riflessione seria sull’argomento, che riguarda quasi esclusivamente gli Stati Uniti d’America e il loro modus operandi. La CIA, innamoratasi dell’efficacia dei velivoli spia senza pilota, che le consentono di spiare ogni angolo del pianeta senza rischiare uomini sul campo, ha progressivamente quasi abbandonato l’attività di human intelligence a favore dell’elettronica e, dunque, dei droni. Il che l’ha resa se possibile più cinica, ma anche più violenta.

L’origine di questo vulnus è nel post 11 settembre 2001, con l’adozione di misure eccezionali per la lotta al terrorismo che, con l’andare del tempo, hanno portato a una drastica mutazione genetica della struttura e della filosofia operativa della stessa CIA che, sotto la guida del generale David Petraeus (2011-2012), si è trasformata progressivamente da organismo di intelligence in una vera e propria struttura paramilitare.

Sotto John O. Brennan, che ha lasciato la guida nel 2017 per Mike Pompeo (oggi Segretario di Stato e vero artefice della morte di Suleimani), Langley sarebbe dovuta diventare meno militare e più civile. Lui è il grande ispiratore della campagna per l’uso massiccio dei velivoli senza pilota in funzione anti-terrorismo e, sotto la sua guida, la CIA si è definitivamente abituata ad agire secondo uno schema che non è altro se non killeraggio indiscriminato.

Sinora, questo approccio ha fatto centinaia di vittime e conosciuto un uso massiccio di omicidi mirati autorizzati dal presidente in persona (motivo per cui l’Amministrazione USA è finita sotto inchiesta anche da parte dell’ONU), che continuano a provocare numerose vittime civili, come Giovanni Lo Porto, il cooperante italiano rapito in Pakistan nel 2012 da una formazione jihadista e poi ucciso per errore da un drone statunitense nel gennaio 2015.

L’incostituzionalità dei droni

Sotto la presidenza Obama, i droni sono divenuti perciò vere e proprie «killing machines» che hanno decretato anche gli omicidi intenzionali di cittadini americani commessi oltre i confini nazionali, però senza alcuna sentenza di un giudice né un giusto processo. Per stessa ammissione di Barack Obama, dal 2009 a oggi i droni USA hanno messo a morte almeno quattro cittadini americani tra lo Yemen e il Pakistan. Un fatto che non solo è anti-americano, ma del tutto incostituzionale. Eppure, Obama è stato insignito del premio Nobel per la Pace.

Ad aprire gli occhi agli americani per la prima volta è stata l’uccisione di Anwar Al Maliki, cittadino americano divenuto capo operativo di Al Qaeda nella Penisola arabica (AQAP), colpito da un drone nello Yemen nel settembre 2011. La sua morte, stabilita a distanza e inflitta al di fuori di un contesto bellico e della tutela dei diritti costituzionali, è stato il primo campanello d’allarme della disinvoltura con la quale la CIA – che non è il Pentagono e che non dovrebbe svolgere funzioni militari – agisce. Ma il Pentagono non è stato da meno e, nel contesto bellico dichiarato della guerra siro-irachena, ha portato lo strumento dell’uso di droni al suo livello più alto, anche in ragione della pervicace volontà di diminuire le truppe sul campo di guerra, senza però perdere la primazia geopolitica. Prova ne sia l’uccisione di Abu Bakr Al Baghdadi, a riguardo del quale però nessuno si è sentito di protestare o sollevare il dubbio di costituzionalità.

Il diritto e la licenza di uccidere che i presidenti degli Stati Uniti, da George W. Bush a Barack Obama fino a Donald Trump, si sono arrogantemente auto-assegnati dietro la giustificazione della lotta al terrorismo, presentano insomma non pochi problemi di liceità anche in termini di diritto internazionale. Questo, e non altro, dovrebbe essere oggi il grande tema da trattare oggi, anziché quella triste litania dell’antiamericanismo spicciolo che non fa onore né agli analisti geopolitici né ai nostri rappresentanti degli affari esteri.

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