Siria, perché nessuno può rinunciare ad Aleppo

L'obiettivo di Assad nella città martire siriana: costituire ad Aleppo il nucleo di una “nuova” Siria popolata da alawiti

Alfredo Mantici

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Per Lookout news


In Siria tra sabato 24 e domenica 25 settembre la guerra civile è stata combattuta su due diversi campi di battaglia. Ad Aleppo, la città da mesi sotto assedio, è stata registrata un’escalation degli scontri tra le truppe del governo di Damasco – appoggiate da russi e iraniani – e le diverse formazioni ribelli del Free Syrian Army – sostenute dagli Stati Uniti – e di Jabhat Al Nusra, formazione qaedista il cui nuovo nome è Jabhat Fateh al-Sham. A New York, invece, il Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite ha tentato con scarso successo di trovare una via di uscita al conflitto civile che da oltre cinque anni insanguina il Paese.

 Sul terreno, la tregua faticosamente negoziata dal segretario di Stato americano, John Kerry, e dal ministro degli Esteri russo, Sergei Lavrov, è sostanzialmente fallita quando il 17 settembre jet americani hanno attaccato, sembra per errore, un avamposto delle truppe di Damasco uccidendo oltre 80 soldati governativi. Due giorni dopo jet di fabbricazione russa, appartenenti all’aeronautica siriana, hanno distrutto un convoglio di automezzi carichi di generi di conforto che stava tentando di raggiungere le popolazioni dei quartieri sotto assedio, uccidendo circa venti soccorritori.


Portare la pace in Siria è un compito quasi impossibile ora Vitaly Churkin, ambasciatore russo all'ONU

 Da quel momento gli scontri di terra e i bombardamenti sono ripresi con rinnovata violenza e a farne le spese maggiori sono stati i civili intrappolati tra le linee del fronte, nei quartieri settentrionali e orientali della città. I governativi, appena la tregua è saltata, hanno attaccato il campo profughi palestinese di Handarat e lo hanno conquistato per poi vederselo strappare da un furioso contrattacco dei ribelli del Free Syrian Army. “Noi abbiamo ripreso il campo, ma il regime poi ci ha colpito con bombe al fosforo” ha dichiarato all’agenzia Reuters Abu Al Hassanien, uno dei comandati ribelli. Il risultato è stato di oltre 45 civili morti nella sola giornata di sabato 24 settembre. Per tutta la giornata di domenica 25 settembre, invece, aerei governativi hanno continuato a bombardare i quartieri ancora sotto il controllo dei ribelli.

 


L’obiettivo di Assad
Il motivo di questo accanimento è facilmente comprensibile. Se Bashar Al Assad riuscirà a rioccupare Aleppo, potrà controllare un territorio omogeneo, prevalentemente abitato da alawiti (la setta di sciiti alla quale appartiene il suo clan, nemica giurata dei sunniti), che potrà costituire il nucleo di una “nuova” Siria, geograficamente ridotta ma etnicamente omogenea. È questo l’obiettivo di fondo non solo del governo di Damasco ma anche dei suoi alleati russi e iraniani, che sono consci del fatto che dopo sei anni di guerra civile nessuna delle fazioni in campo è da ritenersi in grado di conquistare un successo militare definitivo. Con la conquista di Aleppo il regime acquisirebbe un peso negoziale di tutto rispetto, controllando un territorio di fondamentale importanza strategica nello scacchiere siriano. Questo spiega anche la disperata ostinazione dei ribelli, che non esitano a mettere a rischio la sopravvivenza dei civili assediati per non consentire ad Assad di sedersi al tavolo dei negoziati.

Le accuse degli USA alla Russia
Quasi a voler rendere ancora più difficile il raggiungimento di un accordo politico, per la prima volta i circa trenta gruppi di ribelli non islamisti che avevano accettato di sedere a Ginevra al tavolo negoziale – sulla cui composizione da mesi sta lavorando l’inviato speciale delle Nazioni Unite Staffan De Mistura – hanno annunciato il 25 settembre che non accetteranno più la presenza della Russia nei negoziati futuri in quanto “complice delle stragi commesse dall’esercito siriano”.

Mentre la battaglia infuriava ad Aleppo, a New York sui banchi delle Nazioni Unite è andata in scena una battaglia verbale non meno furiosa di quella in corso sul terreno. Dimentica delle belle parole che avevano sancito la conclusione dei colloqui tra John Kerry e Sergei Lavrov al momento della stipula del “cessate il fuoco”, l’ambasciatrice americana all’ONU Samantha Power, durante la riunione del Consiglio di Sicurezza del 25 settembre, ha attaccato con veemenza la Russia. “Quello che sta facendo la Russia in Siria – ha affermato – non è combattere il terrorismo ma è barbarie. Invece di cercare la pace, la Russia e Assad fanno la guerra”. A farle immediatamente eco sono stati i rappresentanti di Francia e Gran Bretagna, che hanno accusato Mosca di essere colpevole di crimini di guerra.

 Nel lanciare l’accusa la Power ha però dimenticato, con molta disinvoltura, il sostegno in soldi e armi fornito dall’amministrazione Obama fin dall’inizio della crisi siriana ai ribelli. Finanziamenti che, indirettamente, spesso sono finiti nelle mani di milizie jihadiste, comprese quelle di Jabhat Fateh al-Sham.


La reazione di Russia e Cina
L’ambasciatore russo all’ONU, Vitaly Churckin, ha replicato: “In Siria centinaia di gruppi sono stai armati dall’esterno, il territorio viene bombardato in modo indiscriminato e per questo oggi portare la pace è praticamente impossibile”. L’inviato cinese, Liu Jiey, si è schierato al fianco di Mosca sostenendo che “la lotta contro il terrorismo deve essere una componente essenziale di qualsiasi risoluzione del Consiglio di Sicurezza sulla situazione siriana. Il conflitto in Siria ha provocato una diffusione del terrorismo (questa è la tesi utilizzata fin dall’inizio dal Cremlino per giustificare l’intervento russo, ndr); senza sconfiggere i terroristi non vi sarà speranza di ristabilire condizioni di sicurezza regionale”.

Evitando i toni polemici anti-russi usati dalla diplomazia occidentale, Staffan De Mistura ha chiesto al Consiglio di Sicurezza di trovare una strada per ristabilire il cessate il fuoco. “Io sono ancora convinto – ha aggiunto – che sia possibile volgere al positivo lo sviluppo degli eventi”. Dunque, guerra di armi e guerra di parole. A subirne le conseguenze, come sempre, è la popolazione di Aleppo, ormai andata oltre i limiti estremi di sopravvivenza. E tutto ciò accade Senza che le Nazioni Unite riescano a dimostrare di servire ancora a qualcosa.

Siria: la tregua è sempre più fragile
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