Raqqa, Siria, 1 luglio
Esteri

Siria: gli USA puntano a Raqqa, ma con quale strategia?

Il segretario della Difesa Carter ha annunciato l’offensiva per riprendere il controllo della capitale siriana di ISIS. Ma non ha spiegato come

Per Lookout news


Mentre in Siria le forze del governo di Damasco, appoggiate dalla Russia e dall’Iran, stringono da oltre un mese sotto assedio i quartieri di Aleppo ancora occupati dai ribelli del Free Syrian Army e dalle milizie jihadiste di Jabhat Fateh Al Sham (ex Jabhat Al Nusra), e a Mosul è in corso la campagna per riprendere il controllo della capitale irachena del Califfato, il 26 ottobre il segretario alla Difesa americano Ashton Carter ha dichiarato che gli USA sono pronti a togliere “nelle prossime settimane a ISIS il controllo della città di Raqqa, la loro capitale in Siria”.

Carter ha parlato dell’offensiva contro Raqqa durante una conferenza stampa a margine di un incontro avuto a Parigi con altri 12 ministri della Difesa di Paesi europei, convocato per predisporre misure congiunte in vista di possibili attacchi terroristici in Europa e in altri Stati occidentali che il Califfato potrebbe effettuare in risposta alle sconfitte subite nelle sue roccaforti in Siria e Iraq.

 

Quali alleati sceglieranno gli USA?

Nella campagna per la riconquista di Raqqa, oltre che i curdi siriani dell’YPG (Unità di Protezione del Popolo) gli americani vorrebbero coinvolgere anche la Turchia. Soluzione però a dir poco difficile da perseguire, poiché la presenza delle forze curde al fianco di quelle americane sul terreno renderebbe impraticabile un impegno militare diretto di Ankara, visto che a poche centinaia di chilometri di distanza, alle porte di Mosul, gli aerei e l’artiglieria turchi bombardano quotidianamente i peshmerga curdi mentre questi sostengono lo sforzo militare iracheno e statunitense contro ISIS.

 

Nel suo intervento Carter non ha fatto cenno né al possibile coinvolgimento nell’offensiva delle forze del governo di Damasco – considerato che è in un territorio di loro competenza (seppur ormai di fatto formale) che si trova Raqqa – né alle forze russe o iraniane impegnate con i siriani lealisti nella riconquista di Aleppo.

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Il problema, infatti, è che per tentare di togliere al Califfato la sua capitale in Siria, le forze aeree americane non bastano e quelle curde sono insufficienti per assicurare un assedio completo della città. Non si vede, quindi, come Washington possa organizzare un’offensiva coordinata in territorio siriano, analoga a quella condotta a Mosul (dove però sul terreno operano i reparti militari del governo di Baghdad) senza coinvolgere i turchi – a rischio di suscitare l’opposizione dei curdi – o in alternativa senza accettare l’impegno e il supporto russo-siriano che, tuttavia, sancirebbe il riconoscimento da parte americana della legittimità dell’azione militare del governo di Bashar Al Assad nella guerra contro i ribelli che da sei anni tentano di rovesciarlo.

 

Il governo di Ankara, dal canto suo, è preoccupato per il ruolo delle milizie curde nella guerra al Califfato in Siria e in Iraq. Un ruolo che, grazie al supporto degli Stati Uniti, potrebbe in futuro favorire il riconoscimento delle istanze indipendentiste dei curdi siriani, iracheni e turchi, agevolando così la creazione di un’entità nazionale e statuale integrata con il Kurdistan iracheno, che dopo la caduta di Saddam Hussein è già riuscito a conquistare una sostanziale condizione di indipendenza.

 

Missione a Raqqa, uno slogan da campagna elettorale

Ancora una volta, la situazione siriana dimostra di essere bloccata da un groviglio di aspirazioni nazionali e di inimicizie secolari, aggravate dagli interessi degli “Stati sponsor” che appoggiano le fazioni in campo e che difficilmente potrà essere sciolto da iniziative militari estemporanee che, se avranno successo, saranno comunque gravide di conseguenze politiche.

 La fretta di Washington di aggiungere Raqqa alla lista degli obiettivi da centrare va dunque inquadrata diversamente per comprenderne le ragioni. L’amministrazione di Barack Obama ormai agli sgoccioli, dopo anni di interventi solo verbali nel conflitto siriano, forse preoccupata dalla prossima riconquista di Aleppo da parte dei lealisti e dei russi e dalle conseguenti, positive, ricadute sul piano politico e militare, sembra intenzionata a lanciare un’offensiva in terra siriana senza disporre sul terreno, almeno attualmente, delle forze sufficienti per portarla a termine con successo.

 “Il piano (per la riconquista di Raqqa, ndr) è stato definito […] e sarà sviluppato nelle prossime settimane” ha dichiarato il segretario Carter “e nello stesso tempo organizzeremo e posizioneremo le truppe in modo da isolare la città”. Come detto, Carter non ha chiarito però quali truppe saranno coinvolte, né ha sciolto alcuno degli interrogativi politici che potrebbero sottendere un impegno diretto sul terreno di Washington in Siria. Per ora la “riconquista di Raqqa” altro non appare se non uno slogan, utile forse per essere usato nella campagna per le presidenziali americane e per mostrare i muscoli ai russi, ma difficilmente realizzabile su un terreno politicamente insidioso come quello siriano.

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