Nucleare iraniano: è davvero un buon accordo?

 Mugugni israeliani e canti di vittoria iraniani salutano l’intesa raggiunta tra le potenze mondiali. Stop all’arricchimento dell’uranio e allentamento delle sanzioni. Ma arrivano accuse

Il presidente iraniano Rouhani al Palazzo di Vetro – Credits: EPA/JUSTIN LANE

Luciano Tirinnanzi

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“Questo accordo era e resta un accordo cattivo, che renderà difficile raggiungere una soluzione definitiva adeguata” dicevano ieri a Tel Aviv, dove il premier israeliano Benyamin Netanyahu, davanti al consiglio dei ministri, ha dichiarato che esso rappresenta “un errore tragico” e che “il mondo è oggi più pericoloso”. Sono queste le uniche ma pesanti voci negative dell’accordo raggiunto sotto il cielo di Ginevra tra l’Iran e le potenze del 5+1 sul nucleare.

 

Sostanzialmente, l’intesa che molti già definiscono “storica” (vedremo), consiste in quattro pagine dattiloscritte nelle quali l’Iran ha impresso la propria firma e che impongono a Teheran il rispetto dei seguenti punti: interrompere l’arricchimento dell’uranio sopra il 5%; non aumentare il numero delle centrifughe; neutralizzare le riserve di uranio arricchito a quasi il 20%.

 

Le potenze del 5+1 (i membri del Consiglio di Sicurezza ONU più la Germania), di contro, interromperanno per i prossimi sei mesi parte delle sanzioni a Teheran e, grazie a ciò, l’Iran incasserà 4,2 miliardi di dollari in valuta straniera, grazie allo sblocco di fondi precedentemente congelati alla Repubblica Islamica e derivanti dalla vendita del greggio. Un altro miliardo e mezzo di dollari potrebbe invece entrare nelle casse di Teheran grazie all’allentamento di alcune misure relative al commercio di beni come oro e metalli preziosi, prodotti petrolchimici (ma non le esportazioni di petrolio) e del settore automobilistico.

 

Solo in futuro, ovvero dopo la prova che le buone intenzioni dei contraenti sono state rispettate, si potrà passare a negoziare l’accordo finale per escludere che l’Iran si doti mai di armi nucleari. Infatti, sull’arricchimento dell’uranio restano ancora oggi il dubbio e la vaghezza da parte dei diplomatici. Nessuno ha ancora chiarito bene cosa sia scritto precisamente in quel punto, che è poi il cuore dei problemi.

 

Si vedrà. Nel frattempo, la posizione della Casa Bianca e degli Ayatollah è convergente sull’esito positivo. Barack Obama, presidente e “comandante in capo” si è assunto “la responsabilità di voler raggiungere il risultato in modo pacifico evitando la corsa verso l’uso della forza”. Hassan Rouhani ringrazia e passa all’incasso.

 

 

Il People’s Mujahedin of Iran
Tra Iran, il 5+1 e Israele, c’è però un altro protagonista, silenzioso e sconosciuto ai più, che lavora all’ombra degli accordi di Ginevra: è il People’s Mujahedin of Iran, conosciuto come MEK (ma anche come MKO e PMI). Si tratta di un gruppo di dissidenti iraniani coinvolti in operazioni clandestine, spesso come guastatori. Finanziati, addestrati e armati dai servizi segreti di Israele - almeno secondo funzionari governativi statunitensi - oggi lavorano per smascherare i piani segreti sulla proliferazione nucleare nel loro Paese.

 

All’indomani dell’attentato clamoroso all’ambasciata iraniana di Beirut in Libano, ad esempio, Teheran ha indicato quasi subito il People’s Mujahedin of Iran tra i possibili responsabili della carneficina. Secondo Mohammad Javad Ardashir Larijani, politico e fondatore dell’Istituto per la Ricerca di Scienze Fondamentali (IPM): “Gli israeliani pagano i mujaheddin del MEK per ricevere informazioni. Israele, infatti, non ha accesso diretto alla nostra società. Così, attraverso i mujaheddin, che sono cittadini iraniani, possono venire in contatto diretto e ricevere da loro informazioni preziose e sensibili”.

 

Il People’s Mujahedin of Iran è stato indicato come gruppo terroristico dagli Stati Uniti fino al 1979, prima che il MEK rompesse i rapporti con i mullah e scegliesse di “passare dall’altra parte”, sposando la causa anti ayatollah e anti nucleare e spostandosi spesso tra il confine iraniano e l’Iraq. Negli ultimi anni, il gruppo è stato più volte nel mirino degli uomini dell’intelligence iraniana, che indagavano sulle responsabilità delle uccisioni mirate di quegli scienziati iraniani che lavoravano al nucleare.

 

 

Il giallo del Centro di Ricerche di Teheran
Sia come sia, oggi il MEK ha informato i servizi d’intelligence israeliani e occidentali, che già nel mese di settembre il Centro per l’Organizzazione della Ricerca e dell’Innovazione Difensiva di Teheran (SPDI, in lingua farsi) aveva spostato i propri locali a oltre tre chilometri di distanza, vicino a un ospedale. Una mossa preventiva, volta a ingannare gli ispettori dell’AIEA (Agenzia Internazionale per l’Energia Atomica), che ha preceduto proprio gli accordi di Ginevra e solo a seguito della quale il governo iraniano si è dichiarato “ben disposto” a controlli casuali e senza preavviso per facilitare le trattative di Ginevra.

 

Al netto della verità, in questo labirinto di sospetti e informazioni incrociate provenienti dai servizi segreti di opposte fazioni, si capisce però chiaramente come più di qualcuno sospetti che il raggiungimento degli accordi di Ginevra sia stato possibile solo in ragione di una messa in sicurezza dei programmi nucleari occulti di Teheran. C’è chi sospetta addirittura che il governo iraniano non avrebbe accettato quell’accordo se non fosse stato certo di aver già raggiunto il grado di arricchimento di uranio necessario a produrre ordigni nucleari.

 

Ma l’allentamento delle sanzioni resta una tesi di per sé sufficiente a dimostrare le buone intenzioni di Teheran, e a convincere il regime degli Ayatollah ad accettare un accordo che offre davvero un po’ di respiro a un Paese sempre più strozzato dall’embargo.

 

Dunque, adesso la palla passa a Israele e Arabia Saudita, profondamente delusi dall’accordo ginevrino e timorosi che le previsioni peggiori (l’Iran è già in grado di produrre la bomba) si possano infine concretizzare. Sarà opportuno d’ora in poi osservare le loro mosse per comprendere quanto in pericolo sia il Medio Oriente.

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