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Nessuno vuole fermare il Califfato Islamico

Il Califfo, che vorrebbe portare lo Stato Islamico fino a Roma, avanza grazie ai proventi sottratti ad Assad e al governo iracheno, nell’impotenza generale degli altri Paesi

Un miliziano al confine con il Kurdistan – Credits: Spencer Platt Getty Images News

per Lookout News

In Iraq e Siria continua a salire la tensione. La situazione sul campo oggi appare la seguente: in Siria, i miliziani di ISIS - o Daesh o meglio ancora Stato Islamico, come ormai pretende di chiamarsi il gruppo jihadista - proseguono le operazioni belliche contro il governo di Assad per consolidare la propria presenza nel Paese e allungare le mani sul mercato petrolifero locale, buona parte del quale è stato ormai sottratto al controllo del governo. 

È notizia di poche ore fa, infatti, che il gruppo ha preso il pieno controllo anche del giacimento di Tanak, nella provincia orientale di Deir ez-Zor al confine con l'Iraq. Una conquista che si somma alla presa del più grande giacimento di petrolio della Siria, Al Omar, conquistato senza colpo ferire grazie al patto sancito con Jabhat Al Nusra, il gruppo qaedista ribelle con il quale in passato lo stesso Stato Islamico si era scontrato per “diversità di vedute” sulla conduzione della guerra. “Sono fuggiti come topi” dicono oggi orgogliosi i miliziani nei video dimostrativi caricati su Youtube.

Inoltre, aver conquistato la città siriana di Abu Kamal al confine con l’Iraq (sottratta ad altri ribelli anti-Assad) e aver sottratto all’esercito iracheno in rotta la città di Qaim, permette ora allo Stato Islamico di controllare il confine Siria-Iraq, gestire i rifornimenti ai vari reparti armati e far proliferare gli affari economici.  

Tutto ciò - il passaggio di mano dei giacimenti, la saldatura con i rappresentanti di Al Qaeda in Siria e la forza dirompente dei miliziani sunniti che non sembra conoscere ostacoli - dimostra quanto sia reale e pericolosa la minaccia del Califfato in Medio Oriente. 

Ma soprattutto dimostra quanto lo Stato Islamico riesca ad attirare verso di sé uno dopo l’altro quella galassia di gruppi anti-sistema che si sono ribellati agli Stati sovrani di Iraq e Siria, creando un “effetto-valanga” che non solo ha prodotto la disintegrazione dei confini nazionali, ma che ormai è una calamita per le nuove generazioni di musulmani sunniti, sedotti tanto dal magnetismo della bandiera nera, quanto dalle ottime capacità di marketing del gruppo. E dal denaro, ovviamente. 

- Il tesoro del Califfo

Lo Stato Islamico, infatti, offre a chiunque si arruoli uno stipendio mensile, che corrisponde a non meno di duecento dollari per le giovani leve e qualcosa in più per i soldati esperti. In questo, l’insegnamento di Osama Bin Laden, che si permetteva di stipendiare anche i terroristi in sonno, ha fatto scuola. 

Ma lo Stato Islamico è andato ben oltre e ora è uno Stato nello Stato, indipendente e immensamente ricco, grazie sia alle attività ordinarie che lo hanno sempre contraddistinto (estorsioni, saccheggi, rapimenti con riscatto) sia ai proventi del petrolio e ai finanziamenti ricevuti in passato dagli altri Paesi arabi. Ma soprattutto grazie al tesoro gestito personalmente da Al Baghdadi, la primula rossa di questa nuova jihad, che è divenuto il primo Califfo dell’era contemporanea nonostante nessuno conosca davvero il suo volto.

Non che Al Baghdadi sia un paperone come lo era il saudita Osama Bin Laden e ad accomunarli è semmai il delirio di onnipotenza, tale per cui Al Baghdadi vorrebbe portare il Califfato fino a Roma. Ma le fonti convergono nello stimare in circa un miliardo e mezzo di dollari il patrimonio liquido attuale del Califfo, fondi attraverso cui stipendierebbe qualcosa come diecimila uomini e la sua guerra per il grande Califfato.

Una conferma arriverebbe dalla testata britannica The Guardian, che alcuni giorni fa riportava la notizia secondo cui l’intelligence USA in Iraq avrebbe trovato importanti documenti economici degli insorti (contenuti in oltre un centinaio di chiavette usb). File che dimostrerebbero come questo patrimonio, inizialmente calcolato in 875 milioni di dollari, sia stato raddoppiato in poco più di un mese. 

Come? Sia estendo efficacemente i proventi del petrolio - una parte del quale sarebbe stato rivenduto allo stesso regime siriano di Assad - sia contrabbandando materie prime di ogni genere, non ultimi i reperti archeologici saccheggiati dai siti di mezzo Medio Oriente. Sia infine appropriandosi dei denari depositati nei caveau delle banche delle principali città conquistate, in primis Mosul. 

- Il ruolo di Iran, Arabia Saudita, Turchia

La scaltra e opportunistica strategia dimostrata in queste ultime settimane, inedita per dei semplici predoni, comprova il fatto che una buona tattica e il denaro possono tutto in un territorio senza più padroni né eserciti compatti (per non parlare dell’assenza totale di coesione sociale e della lotta tra sunniti e sciiti). Ma comprova anche il fatto che il grande salto di qualità compiuto dallo Stato Islamico è stato permesso dall’immobilismo degli altri Paesi coinvolti a vario titolo in Medio Oriente. 

Questa tesi è avvalorata da più fattori. Al netto dell’esercito iracheno impreparato, scarsamente motivato e in fuga quasi ovunque, gli altri attori regionali stanno dando per scontato il crollo imminente dell’Iraq per come lo abbiamo conosciuto. 

L’Arabia Saudita ha rinforzato con 30mila uomini il confine iracheno, consapevole dell’insussistenza dell’esercito regolare di Baghdad. L’Iran prepara la difesa del sud del Paese, per salvare la maggioranza sciita e disinnescare lo scenario di un Iraq interamente sunnita. La Turchia temporeggia, avendo a che fare con la questione curda: il presidente della regione autonoma Massoud Barzani ha, infatti, presentato richiesta ufficiale al parlamento locale a Erbil al fine di indire il referendum per l’indipendenza del Kurdistan, che potrebbe essere sostenuto dall’Occidente e che ha già trovato l’appoggio di Israele.

- La non-strategia USA

Ma il punto erano e restano gli americani. Superfluo dire che se gli Stati Uniti fossero intervenuti in Siria un anno fa, probabilmente oggi non saremmo in questa situazione (omettendo qui i disastri della spedizione in Iraq del 2003). Ma ciò che spaventa di più è l’assenza di una strategia precisa sul futuro imminente da parte del Pentagono. 

Fonti attendibili riferiscono, infatti, che il Dipartimento della Difesa non sa bene che fare e il principale pericolo percepito oggi dalla Casa Bianca è relativo piuttosto a una “minaccia credibile di attentati terroristici sul suolo americano”, tale per cui le compagnie aeree che volano verso gli Stati Uniti saranno costrette a intensificare i controlli sui telefoni cellulari e sulle scarpe, alla luce d’informazioni dell’intelligence secondo cui generici terroristi avrebbero trovato un modo per nascondere i dispositivi incendiari all'interno di telefoni cellulari, per evitarne il rilevamento. 

Un po’ poco per disinnescare la vera bomba, quella che nel cuore del Medio Oriente ha ripristinato una forma di Stato e di governo millenaria, scomparsa dalle pagine di storia da oltre un secolo almeno. Chissà se la Federazione Russa, storicamente restia a farsi coinvolgere in un conflitto, sfrutterà l’impotenza americana per gestire in prima persona questa grave crisi mediorientale. 

Di certo, ora che il Califfato ha assunto le sembianze di un’entità statuale e dispone di un proprio esercito che si mostra alla luce del sole di fronte al nemico, lo Stato Islamico è molto più esposto, vulnerabile e facile da colpire. Ma, almeno per ora, questo non accade.

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