Le controffensive di primavera contro l'Isis a Falluja e Raqqa

Baghdad dà il via alle operazioni per riconquistare la città irachena. Americani e russi pronti a sostenere i curdi per riprendere la capitale Isis

IRAQ-CONFLICT

Soldati iracheni marciano verso Falluja – Credits: AHMAD AL-RUBAYE/AFP/Getty Images

Alfredo Mantici

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Per Lookout news

Dopo la recente ondata di attentati contro i quartieri sciiti di Baghdad che hanno provocato nelle ultime due settimane centinaia di morti, il governo iracheno, d’intesa con i vertici militari americani, ha deciso di lanciare un’offensiva per riconquistare Falluja, la città a 60 chilometri dalla capitale nelle mani delle milizie del Califfato dal gennaio del 2014. Domenica 21 maggio il primo ministro iracheno Haider Al Abadi ha annunciato in televisione l’inizio delle operazioni militari per riconquistare la città simbolo della resistenza contro l’occupazione americana. “L’ora zero per la liberazione di Falluja è arrivata – ha detto Al Abadi – il momento della vittoria è vicino e l’ISIS non ha altra scelta che fuggire”.

 Secondo fonti locali, già nella giornata di domenica 22 maggio oltre 20.000 uomini dei corpi speciali della polizia irachena hanno iniziato a schierarsi nei sobborghi della città, mentre su Facebook sono stati pubblicati avvisi che invitano i 90.000 abitanti rimasti (prima dell’arrivo dei jihadisti erano 320.000) a lasciare la città o a mettere bandiere bianche sui tetti delle case. Questa volta, forse, non si tratta di un annuncio di propaganda e nelle prossime ore le milizie irachene, sostenute da consiglieri americani, tenteranno di togliere al Califfato un nodo strategico nella provincia di Al Anbar dal quale sono partiti gli attentatori suicidi che hanno insanguinato Baghdad nelle ultime settimane.

Il terreno perso dal Califfato
Stando a quanto scrive la BBC, all’assalto prenderanno parte oltre alle forze militari e di polizia irachene, anche combattenti delle tribù sunnite della regione e milizie autonome sciite, con il sostegno dell’aviazione americana che da mesi sta conducendo raid contro le posizioni dell’ISIS, le cui forze sul terreno si sarebbero dimezzate grazie alla pressione militare e alle sempre più frequenti diserzioni.

 Nello scorso dicembre, i miliziani del Califfato hanno già dovuto cedere alle forze armate del governo iracheno la città di Ramadi e, se dovessero essere scacciati anche da Falluja, resterebbe loro soltanto il controllo di Mosul, la capitale del Nord dello Stato Islamico, conquistata nell’estate del 2014. Proprio in quest’ultima città il 18 maggio i jihadisti si sono resi protagonisti di un’ennesima efferatezza: 25 persone, accusate di essere spie al soldo del governo di Baghdad, dopo essere state legate mani e piedi sono state letteralmente dissolte in un enorme cassone contenete acido nitrico.

 

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 Queste azioni eclatanti non bastano però a oscurare il fatto che ISIS continui a perdere terreno sia in Iraq che in Siria. Secondo il portavoce del Pentagono, Peter Cook, le milizie del Califfato hanno perso il controllo, in Iraq, del 45% del territorio conquistato con l’offensiva del 2014, mentre in Siria hanno dovuto cedere ai governativi almeno il 10% delle aree in cui hanno preso il sopravvento negli ultimi due anni.

 

La battaglia per Raqqa e il ruolo dei curdi
Mentre in Iraq si stringe il cerchio sulle roccaforti dei jihadisti sunniti, anche in Siria è in preparazione l’offensiva finale contro Raqqa, la capitale del Califfato. Giovedì 19 maggio aerei americani hanno lanciato sull’abitato volantini che invitano gli abitanti ad evacuare la città. “Il momento è arrivato – c’è scritto sui volantini che sono stati rilanciati anche sui social network – è tempo di abbandonare Raqqa”. Punta di lancia dell’offensiva dovrebbero essere le milizie curde della Syrian Defence Force (SDF), una coalizione alla quale aderiscono anche i miliziani della Unità per la Protezione del popolo curdo (YPG), che nella difesa della città di Kobane hanno dimostrato di essere, sul campo, le forze più efficienti nella lotta contro l’ISIS.

 La SDF e l’YPG sono apertamente sostenute dagli americani che nelle ultime settimane hanno aumentato la quantità e la qualità dei rifornimenti militari a combattenti che per due anni si sono sostenuti solo con il contrabbando. Le milizie curde sono appoggiate anche dalla Russia, mentre sono viste come il fumo negli occhi dalla Turchia del presidente Recep Tayyip Erdogan che ne teme la potenziale capacità di fondare uno stato autonomo curdo.

 

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Il 20 maggio, il generale americano Joseph Votel, capo del Centcom (United States Central Command), è volato in Siria nell’area controllata dai curdi, per incontrare i leader della SDF e dell’YPG, verosimilmente allo scopo di un esame congiunto dei piani per un’offensiva su Raqqa. Al termine dell’incontro, Vogel ha dichiarato “di avere molta fiducia nelle capacità militari dei curdi e nella nostra potenzialità di sostenerli a dovere […] la cooperazione tra Stati Uniti e curdi nella lotta contro i terroristi sta funzionando bene”.

 A conferma della preparazione di un’offensiva contro la capitale del Califfato, il portavoce della SDF, Tackcir Kobani, in un’intervista alla Reuters del 20 maggio ha dichiarato che le forze curde hanno discusso con gli americani “la strategia per combattere l’ISIS, in particolare per la liberazione di Raqqa”.

 Questo rinnovato attivismo dei curdi in Siria viene visto con preoccupazione dai turchi che, come detto, temono che in caso di successo militare a Raqqa, i curdi riescano a costituire quello Stato nazione al quale anelano fin dalla dissoluzione dell’impero ottomano. A Raqqa si gioca, in sostanza, anche una battaglia geopolitica per l’avvio di un processo di costituzione di una Federazione curda. Una battaglia che, per una volta, potrebbe vedere americani e russi schierati dalla stessa parte.

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