L’Iraq e lo scontro finale tra sunniti e sciiti

 L’insorgere in Iraq dello Stato Islamico dell’Iraq certifica la resa dei conti tra sunniti e sciiti, destinata a durare a lungo e che vede già coinvolti numerosi attori internazionali

Un'immagine diffusa dai militanti islamisti con una serie di esecuzioni a nord di Baghdad – Credits: EPA/WELAYAT SALAHADDEN/HANDOUT

Luciano Tirinnanzi

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Quando Osama Bin Laden mandò due aerei a schiantarsi contro le Torri Gemelle, qualcuno in qualche parte del mondo pensò che quella non fosse semplicemente una tragedia orribile e vigliacca, ma un gesto di tale audacia che andava preso come esempio. Se Davide aveva colpito Golia, allora significava che da adesso in poi tutto diventava possibile. Se cioè anche gli Stati Uniti erano vulnerabili, chiunque altro poteva essere attaccato e distrutto. Le Torri Gemelle furono un po’ come il segnale che dette il via libera al terrorismo islamico su scala mondiale, che difatti da allora non ha fatto che proliferare.

 

Bin Laden aveva così istigato a reagire una parte del mondo arabo-musulmano, quella del fanatismo religioso fino al punto che molti di loro, ciascuno per la propria parte, iniziarono a compiere nuove stragi, rovesciare governi, muovere guerra ai nemici esterni e interni. Fino a sognare di conquistare Baghdad, al centro della Mesopotamia.

 

In breve, la lotta contro l’oppressore americano era divenuta lotta contro i governi locali, di cui l’America restava forse il protettore o poco più. Ma oggi, con una nuova generazione di guerriglieri islamici, si è persa gran parte della connotazione globale sognata dal terrorista saudita, e si è via via preferito sposare cause regionali, maggiormente sentite e di più facile realizzazione.

 

Si potrebbe quasi dire che si è passati dall’internazionale del terrore di Osama, al terrorismo in un solo Paese. Anzi, senza un Paese. Perché, come si evince dal progetto di ISIS, ad esempio, quel famoso Stato Islamico dell’Iraq e del Levante inciso nel nome di questo gruppo di guerriglieri, si vorrebbe realizzare a cavallo tra le terre che oggi si chiamano Iraq e Siria. E di cui Baghdad è solo la premessa.

 

Chi sono i sunniti che vogliono Baghdad
ISIS è un gruppo di matrice islamica sunnita inizialmente attivo nel solo Iraq, che fino a pochi mesi fa si riteneva contasse poche migliaia di affiliati che minacciavano per lo più una parte del Paese attraverso razzie e scorribande, allo scopo di sostituire gli islamici sciiti nel controllo dei pozzi petroliferi. Nel 2006 il gruppo si chiamava ancora ISI (Al Qaeda in Iraq) e, sotto la guida spietata di Abu Musab al-Zarqawi, aveva ingaggiato una guerra settaria contro la comunità sciita di maggioranza a suon di attentati.

 

Con l’uccisione del leader Al Zarqawi per mano degli USA e l’abbandono progressivo delle forze americane dall’Iraq, si pensava che la situazione potesse tornare sotto controllo. Invece, i miliardi di dollari forniti al governo di Al Maliki per rinsaldare l’esercito e riscostruire il Paese, non sono bastati. Anzi, si è fatta avanti una stirpe di combattenti molto più pericolosa e radicale, che ha messo nel mirino il governo iracheno dominato dagli sciiti e guidato dal primo ministro Nuri al-Maliki.

Chi è il leader di ISIS, Al Baghdadi
A guidare i rivoltosi adesso c’è Abu Bakr al Baghdadi, leader di ISIS che ha preso il posto di Abu Omar al Baghdadi dopo la sua morte (avvenuta nel 2010 in un’operazione congiunta tra americani e iracheni). Le scarse notizie sul leader e un paio di foto sbiadite circolanti sul web ne accrescono la leggenda nera, di cui ogni gruppo terrorista che si rispetta necessita per avvalorare il suo peso e la propria minaccia.

 

Per quanto ne sappiamo, Al Baghdadi è un quarantenne laureato in studi islamici che si è formato tra Samarra e Diyala, in Iraq (centro della rivolta sunnita contro gli occupanti americani durante la guerra del Golfo), dove ha iniziato una folgorante carriera nella “insurgency” contro gli occupanti americani. Fatto che lo ha portato anche alla detenzione di quattro anni in un campo di prigionia controllato dagli americani a Bucca, nel sud iracheno.

 

Le carceri mediorientali, un po’ come per tutte le altre, sono un crocevia di criminali dove è persino più facile sviluppare reti di contatti e reclutare soldati rispetto al mondo esterno. Tanto è vero che nel modus operandi degli jihadisti, gli assalti alle carceri sono una strategia imprescindibile per il successo delle campagne militari. Conquistata una città, il primo atto non è quasi mai l’occupazione della sede istituzionale, ma l’assalto al carcere locale per innestare nel gruppo forze fresche e avere nuovi strateghi.

 

L’avanzata verso la sciita Baghdad
Dal dissesto siriano, ISIS ha drenato forze in numero sempre maggiore e ha convinto altri jihadisti sunniti a saldarsi in una causa comune contro lo sciismo, al potere sia in Siria (Assad è sciita alawita) sia appunto in Iraq.

 

ISIS punta dunque alla soppressione del nemico più prossimo, i musulmani sciiti, che secondo i sunniti hanno deviato dalla vera fede e devono essere spodestati da Damasco e Baghdad. E presumibilmente anche dall’Iran, baricentro dello sciismo nel Medio Oriente.

 

Tutto ciò ormai ha poco a che fare con Al Qaeda, tanto che il gruppo è stato clamorosamente disconosciuto dal numero uno qaedista, Ayman Al Zawahiri. ISIS al momento è stabilmente attestato in Siria nelle province di Raqqa e Deir El Zor. E in Iraq è posizionato nelle province di Anbar, Ninive, Najaf e Diyala.

 

Secondo Peter Neumann, professore del King’s College di Londra, ormai circa l’80% dei combattenti occidentali in Siria si sarebbe unito a loro: proverrebbero tanto dall’Europa (Regno Unito, Francia, Germania e altri) quanto da Stati Uniti, mondo arabo e Caucaso.

 

L’Iran e gli altri protagonisti
Se lo scontro che oggi minaccia l’intero Medio Oriente è dunque tra la maggioranza di musulmani sunniti contro la minoranza di musulmani sciiti (accusati dai primi di aver deviato dalla vera fede e perciò obiettivo da eliminare) si capisce quanto la lacerazione abbia radici profonde e quanto il progetto di ISIS appaia ancora più ampio. Ma, proprio per tale ragione, anche impossibile da raggiungere.

 

Le mire di ISIS si scontreranno presto con la Repubblica Islamica dell’Iran, il maggior difensore dello sciismo nel mondo (che già ha inviato centinaia di uomini scelti in Iraq), e forse con gli stessi Stati Uniti. Senza contare, con i dovuti e opportuni distinguo, il coinvolgimento possibile di Turchia e Israele. Considerata la guerra che infuria in Siria, un intervento iraniano-americano sarebbe il miracolo diplomatico del XXI secolo e cambierebbe, questo sì, gli equilibri geopolitici in quella parte di mondo. Intanto, nelle ambasciate USA in Iraq ai diplomatici si sono sostituiti specialisti militari e portaerei a stelle e strisce solcano in questo momento il Golfo Persico.

 

La sensazione è che, con la guerra alle porte di Baghdad e i molti attori coinvolti, siamo nel mezzo di una storia che cambia, precipitati all’interno di una lunga catena di sconvolgimenti di cui questo è solo un capitolo. Una storia iniziata per altri motivi con l’11 settembre 2001, ma tuttora pienamente in corso, dove è partito l’arruolamento volontario da ambo le parti per la resa dei conti storica tra sunniti e sciiti. Un redde rationem che appare ancora lungi dal risolversi e che solo agenti esterni potranno accelerare o decelerare.

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