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La strategia militare di Isis

Il pericolo rappresentato da ISIS e dal suo Califfato Islamico non riguarda più soltanto Iraq e Siria, i piani di guerra potrebbero presto interessare anche Libano e Giordania. Basterà lo strike americano? - Le Immagini - La Cronaca  - Il ritratto del "Califfo"  - I raid Usa

Un frame tratto da Youtube mostra il califfo dello "stato islamico" tra Iraq e Siria, Abu Bakr Al Baghdadi, mentre recita la preghiera quotidiana in una moschea di Mosul (senza data) – Credits: ANSA/ WEB/ YOUTUBE

(per Lookout News )

Alla fine, gli Stati Uniti si sono ricordati del minaccioso Stato Islamico e il loro presidente, Barack Obama, ha autorizzato “due operazioni in Iraq, bombardamenti mirati per proteggere il nostro personale americano in Iraq e aiuti umanitari per aiutare le migliaia di civili a rischio genocidio”. Ma niente “boots on the ground” perché “non esiste una soluzione militare americana al vasto conflitto in Iraq”.

Il Califfato Islamico pareva nato come una riedizione locale di Al Qaeda, riveduta e corretta, ripulita dalla retorica anti-americana e dagli inutili obiettivi simbolici, che a loro volta erano frutto di una strategia globale eccessivamente visionaria e di una gestione verticistica e dirigista del potere che ne ha determinato la fine. Ma ISIS si è rivelato essere molto di più.

Memore dei fallimenti dei suoi illustri predecessori, lo Stato Islamico ha concentrato le proprie azioni in maniera sistematica, tese anzitutto a requisire quante più ricchezze possibili per finanziare la guerra. Così ha puntato su obiettivi molto concreti, rivolgendo le proprie milizie alla conquista e al controllo diretto dei territori e dei relativi beni, in un’area che ora si vorrebbe di esclusiva pertinenza araba. 

Ecco perché assistiamo alla fuga in massa di cristiani e di altre confessioni. Il reato di apostasia e la sola appartenenza a un culto differente dall’Islam sunnita - cosa che dunque vale anche per i musulmani sciiti - sono punibili con la morte. Dunque, si rischia davvero un genocidio. Eppure, secondo il Pentagono, fino a ieri la minaccia dell’ISIS non esisteva. 

- La sottovalutazione del pericolo

Tanto per tastare il polso agli Stati Uniti, due giorni fa la CNN, citando fonti militari, scriveva che “l'Occidente può trovare conforto nel fatto che ISIS abbia molti nemici nel mondo arabo e musulmano”. Mentre il fatto che non abbia rivolto invettive dirette contro l’Occidente fa ritenere gli americani piuttosto sicuri del fatto che “questa non è la nostra guerra”. E se la predica del Califfo Abu Bakr Al Baghdadi nella moschea di Mosul era stata definita “sorprendente” e così “diversa” dall’approccio qaedista, c’era solo da “esultare per la diversità manifestata da ISIS rispetto ad Al Qaeda”

Ma non era una boutade quell’apparizione in pubblico di Al Baghdadi: il Califfo ha mostrato il suo volto al mondo per affermare che lui non è più (o non è mai stato) un semplice terrorista e non ha bisogno di nascondersi come Osama Bin Laden. Perché lui è un capo di Stato, un conquistatore.

Anche così, grazie alla sottovalutazione del rischio, il Califfato Islamico ha potuto proliferare. Un piccolo nemico che viaggiava con meno di cinquemila uomini male equipaggiati in colonne di pick-up lungo le autostrade dell’Iraq - ben riconoscibili da un qualsiasi satellite o drone - non è stato ritenuto pericoloso né tantomeno meritevole di attacchi preventivi. Al contrario, lo si è lasciato crescere in armi e potenza, nella convinzione che la minaccia fosse circoscritta solo a una porzione di Medio Oriente. 

- Tutti i fronti di guerra dello Stato Islamico

ISIS si comporta come un vero Stato invasore: si dà dei confini, adotta una strategia militare precisa, dispone di una sorta di ministero del Tesoro che distribuisce gli stipendi e requisisce terre e averi, sta stringendo alleanze con milizie locali e apre nuovi fronti di guerra.

Uno di questi è il Libano, fronte aperto nell’indifferenza più totale intorno alla Valle della Beqaa, nel nordest al confine con la Siria. A confrontarsi qui al momento sarebbero l’esercito libanese e Jabhat Al Nusra, milizie islamiche già protagoniste in Siria e oggi alleate di ISIS. Ma se gli attacchi dovessero proseguire, un ruolo lo avranno certamente anche gli sciiti di Hezbollah.

L’epicentro degli scontri si è registrato negli ultimi giorni ad Arsal, centro sunnita di 35mila abitanti vicino al confine siriano, dove ISIS ha parzialmente occupato la città e sta trattando il cessate-il-fuoco con le autorità libanesi. 

Se i comandanti di Jabhat Al Nusra sembrano favorevoli a un negoziato, i vertici di ISIS non sono altrettanto intenzionati ad abbandonare la nuova posizione, perché ritenuta strategica al fine di un’ulteriore espansione. Il che dimostra tanto l’audacia dello Stato Islamico, che continua ad ampliare il proprio raggio d’azione, quanto l’incapacità nel contenere questo fenomeno.

- Cosa succede in Siria 

Il regime di Damasco, di matrice sciita-alawita, era dato per vincitore sul terreno di guerra fino a poche settimane fa - in parte anche a causa della propaganda elettorale durante le elezioni, che hanno riconfermato Bashar Al-Assad alla presidenza - mentre nelle ultime settimane è stato scalzato dall’avanzata dei sunniti dello Stato Islamico. 

Sorvolando sul mancato intervento americano nell’agosto 2013 (che, almeno in parte, ha contribuito a produrre la situazione odierna), l’esercito siriano non è mai riuscito a sedare la ribellione che ha preso avvio nel 2011, anche a causa della scarsa riconoscibilità del nemico. 

I ribelli del Free Syrian Army, infatti, non sono assimilabili agli insorti di Jabhat Al Nusra, che a loro volta non coincidono con i miliziani dello Stato Islamico. E tutti costoro non solo rappresentano unicamente una parte (pur preminente) rispetto ai molteplici gruppi che operano in Siria contro il regime, ma si sono furiosamente combattuti gli uni contro gli altri durante questi anni, perché non condividono linee e obiettivi, nonostante tutti loro siano complessivamente riconducibili all’Islam sunnita.

Il Free Syrian Army, ad esempio, chiede un cambio di regime per instaurare in Siria un Stato laico repubblicano, sul modello della Tunisia. Jabhat Al Nusra vorrebbe invece ricreare la “Grande Siria”, uno Stato pan-islamico che si estenda fino a Libano, Israele e Palestina. Mentre l’ISIS, lo ripetiamo, ha ambizioni ancora più grandi: dopo aver ricreato il Califfato Islamico dal nord dell’Iraq al nordest della Siria fin quasi ad Aleppo, adesso sogna di espandere il proprio potere dal Nord Africa fino all’Afghanistan e al Pakistan.

In tutto ciò, tanto la Giordania quanto il Libano si trovano proprio nel bel mezzo dei progetti espansionistici della jihad islamica: penetrare in questi Paesi significherebbe affermarsi definitivamente nella regione. Ed è proprio questa la loro missione.

- La strategia USA e quella dello Stato Islamico

Per portarla a termine, però, servono condizioni favorevoli. I comandanti e gli analisti di ISIS - suona strano, ma il gruppo è effettivamente ben organizzato - si sono convinti tanto dell’incapacità di Damasco nel fronteggiare la valanga islamica salafita, quanto dell’inconsistenza di una resistenza irachena, consapevoli che l’esercito regolare appare impreparato e diviso. Almeno, questo valeva fino alle parole di Barack Obama sull’imminente bombardamento americano. 

In Siria e in Iraq, insomma, gli sciiti sarebbero considerati già sconfitti (anche dagli USA, a quanto pare) e dunque per ISIS si tratterebbe adesso di consolidare le posizioni per poi muovere guerra in Libano, Giordania e Israele. L’espansione nel nord dell’Iraq sarebbe invece tattica: costituire una cintura di sicurezza tra il Kurdistan e la Turchia, da dove provengono anche le forze fresche d’Europa desiderose di combattere al fianco di ISIS, e dedicare poi il grosso delle truppe nell’avanzata a Ovest.

Lo Stato Islamico però non dispone né di aerei né, a quanto si sa, di contraerea. Pertanto, le valutazioni del Pentagono sono che l’ISIS collasserà in poche settimane sotto una pioggia di bombe. Al resto, penseranno l’esercito iracheno e - forse - persino quello iraniano. Ma già una volta ISIS è stato sottovalutato e, dato che oggi la sua presenza è riconoscibile in almeno tre Stati differenti, la cosa non faciliterà il compito, anche per l’abilità tattica dimostrata da ISIS di sapersi muovere con rapidità all’interno di questa regione.

- Conclusioni

Solo il tempo ci dirà quanto intempestivo sarà stato l’intervento americano e quanto profonde siano le convinzioni di ISIS nel portare avanti il progetto del Grande Califfato. Che solo in parte afferisce alla religione, mentre per il resto rappresenta un vero e proprio disegno politico di un nuovo mondo, di un grande Medio Oriente che generazioni di musulmani hanno sognato per secoli di ricreare. 

Ed è proprio questa la minaccia più grave: se la loro tracotanza non sarà arrestata con decisione adesso, presto i confini mediorientali che conoscevamo non esisteranno più e la guerra potrebbe durare ancora anni. 

Lo Stato Islamico poteva essere fermato con più facilità mesi or sono, mentre adesso può essere battuto solo sul terreno, anche se questo significherebbe un intervento pesante e massiccio, che nessuno al momento può garantire. E, anche se sarà sconfitto, ISIS ha già dato il “cattivo esempio” a chi ha mire simili a quelle del Califfato nel resto del mondo. A cominciare dalla Libia.

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