Esteri

Iraq e Siria dopo l’Isis: il predominio dell’Iran e il ruolo dei Curdi

Teheran verso l'egemonia lungo l’asse che attraversa Baghdad, Damasco e Beirut, fino al Mediterraneo

Battaglia di Raqqa, Siria

Luciano Tirinnanzi

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Caduta Mosul in Iraq, circondata Raqqa in Siria e rotto l’assedio nella città di Deir Ezzor, lo Stato Islamico perde definitivamente la sua spinta offensiva e inizia a ripiegare su se stesso.

Al punto da essere arrivato a stringere accordi con il nemico per evacuare senza combattere le aree ancora sotto il suo controllo (vedi il cessate-il-fuoco nel nord del Libano, concordato con le forze di sicurezza di Beirut).

Ancora a Deir Ezzor

Intanto, l’ultima campagna militare della coalizione anti-Isis si è spinta verso la frontiera irachena, dove si trova il valico di Al Qaim che consente ancora ai miliziani dello Stato Islamico di spostarsi agilmente da un paese all’altro: se le forze internazionali sfonderanno nella siriana Deir Ezzor, dopo punteranno a sigillare quest’ultima strada, riducendo quasi del tutto le capacità di manovra degli jihadisti.

La scelta strategica del Califfato durante la sua avanzata del 2014 era stata seguire le direttrici dei due fiumi che definivano l’antica Mesopotamia (il cui nome significa letteralmente “terra tra i fiumi”), ossia il Tigri e l’Eufrate. E ancora oggi, sono proprio queste sponde a offrire l’ultimo riparo e a vedere una forte presenza degli uomini di Al Baghdadi.

Lungo il Tigri sorgono Mosul, Baji, Tikrit, Samarra, Baghdad. Lungo l’Eufrate Raqqa, Deir Ezzor, Qaim, Ramadi, Falluja.

Sono esattamente le città dove si sono concentrate le forze del Califfo e dove (eccettuata Baghdad) sono state combattute le battaglie più aspre del conflitto siro-iracheno.

Chi governerà in questi luoghi, con il progressivo scolorire delle bandiere nere?

Gli insorti non si arrenderanno

Rispondere alla domanda non è semplice, anche perché, nonostante tutto, il Califfato non è stato colpito a morte, ma soltanto ridimensionato nelle sue aspirazioni.

Non c’è stata una resa militare e lo stesso Califfo Abu Bakr Al Baghdadi ancora oggi continua a guidare (o nella migliore ipotesi ispira) migliaia di jihadisti irriducibili. Resta vivo, infatti, in queste terre dilaniate da una guerra civile che non fa prigionieri, il desiderio di molti di non sottostare in nessun caso agli sciiti o ad altre forze occupanti.

Su questo sentimento fanno leva coloro che, anche al di fuori dello Stato Islamico, sono da considerare a pieno titolo come “insorti”. Il che ci dice che nessun patto o accordo di resa verrà siglato in questa guerra. Solo le armi potranno mettere la parola fine all’insurrezione.

Le domande

I nodi principali restano perciò molti:

SIRIA

  • per quanto riguarda la Siria, cosa ne sarà delle forze ribelli concentrate nella provincia di Idlib che non rispondono al Califfato, ma che sono comunque opposte al governo di Damasco?
  • Come e chi gestirà l’amministrazione territoriale dell’est sunnita, una volta espugnate Raqqa e Deir Ezzor?
  • Quale prezzo dovrà pagare il regime pur di mantenersi in vita?
  • E che fine farà Bashar Al Assad, accusato dell’uso di armi chimiche dalla comunità internazionale?

IRAQ

Mentre, per quanto riguarda l’Iraq, la domanda non si limita a che fine faranno i territori sunniti e quale sorte toccherà alla popolazione yazida. La questione preminente è relativa alle rivendicazioni curde (e in questo senso, anche Damasco è coinvolta):

  • i governi sciiti di Assad in Siria e di Al Abadi in Iraq concederannol’indipendenza, o quantomeno l’autonomia, ai territori curdi riconquistati all’Isis?
  • E, infine, questi governi rispetteranno un patto sociale che sia inclusivo e non vendicativo nei confronti delle popolazioni sunnite assoggettate durante la guerra civile?

Il ruolo di Teheran

Su tutti questi interrogativi pesa come un macigno il ruolo politico di Teheran: l’Iran, insieme con Russia e Turchia, è come noto una delle potenze regionali che più hanno investito nella controffensiva per debellare lo Stato Islamico dalla regione.

Il governo degli Ayatollah sta conducendo una vera e propria guerra per procura per realizzare il sogno di espandere il proprio potere lungo l’asse che attraversa Baghdad, Damasco e Beirut, per raggiungere il Mediterraneo.

Per questo, secondo alcuni, da un lato Teheran potrebbe persino acconsentire all’autonomia di un Kurdistan iracheno (il referendum indetto per la secessione dall’Iraq si terrà il 25 settembre prossimo) e poi di uno siriano (la cosiddetta Rojava), pur di raggiungere lo scopo.

A Baghdad non sono d'accordo

Ma questo scontenterebbe a dir poco il governo di Baghdad, che non ha alcuna intenzione di sacrificare terre che considera proprie per le manie di grandezza del suo potente vicino di casa, né intende arrendersi all’idea che l’Iraq per come lo conoscevamo è ormai finito.

D'altro lato, però, tale mossa potrebbe aizzare gli irredentisti curdi iraniani (circa il 7% della popolazione totale dell’Iran), una minoranza molto agguerrita e seconda solo a quella azera nel paese, che ha già dimostrato in più occasioni di essere pronta a battersi per la propria indipendenza.

Inoltre, un simile placet scatenerebbe di certo le ire della vicina Turchia - a sua volta pesantemente invischiata nella guerra per procura, in favore però della fazione sunnita - dove la minoranza curda sfiora addirittura il 20% della popolazione e dove la parte più militante (il partito armato del Pkk) già oggi combatte tenacemente contro Ankara per strappare una porzione di territorio al governo centrale.

Un proverbio del Medio Oriente dice: "se trovi uno schiavo addormentato, non svegliarlo, forse sta sognando la libertà".

Il risveglio ormai è avvenuto e moltitudini di uomini già oggi non riconoscono più i confini stabiliti un secolo fa da potenze straniere. Pertanto, la ricomposizione del quadro siro-iracheno appare lungi dal realizzarsi, considerato anche che altri paesi vicini sia pur non direttamente coinvolti - Arabia Saudita e Israele su tutti - non assisteranno al diffondersi dello strapotere iraniano nella regione senza colpo ferire.

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