Il momento buio di Hezbollah

L’uccisione dell’alto dirigente Hassan Lakkis è testimone delle difficoltà attraversate dal movimento sciita libanese, su cui pesa sempre di più il coinvolgimento nel conflitto siriano 

Miliziani sciiti di Hezbollah

Miliziani sciiti di Hezbollah a Beirut, – Credits: Getty Images

Rocco Bellantone

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 Lookout news

Torna alta la tensione in Libano pochi giorni dopo il week end di sangue di Tripoli, dove gli scontri settari tra i residenti del quartiere alawita di Jabal Muhsin e i sunniti di Bab Al Tabbana hanno causato l’uccisione di dodici persone.

 

Questa notte ad Hadath, una manciata di chilometri a sud-est della capitale Beirut, un gruppo di uomini armati ha assassinato nel parcheggio di fronte la sua abitazione Hassan Lakkis, alto dirigente del gruppo sciita libanese Hezbollah. La notizia è stata comunicata poche ore fa da Al Manar, il canale televisivo del Partito di Dio, e confermata dalle forze di sicurezza libanesi.

 

Del conto di Lakkis non si sa molto. Nato intorno alla metà degli anni Quaranta, pare fosse molto vicino al leader di Hezbollah, Hassan Nasrallah. Esperto nella produzione di armi sofisticate e di esplosivi, ha appreso queste conoscenze da giovane nel corso di un lungo soggiorno in Iran, diventando negli anni una delle figure chiave nella rete dei contatti che collega Teheran al movimento libanese.

 

Proprio per questo motivo, i vertici di Hezbollah sono convinti che il suo omicidio sia stato commissionato dal governo israeliano. Le accuse sono state immediatamente smentite dal portavoce del ministero degli Esteri di Tel Aviv, Yigal Palmor. Eppure gli elementi che condurrebbero a questa pista non mancano. Per Israele Lakkis era infatti un obiettivo da colpire per il suo ruolo di coordinatore di militanti palestinesi sia in Cisgiordania che a Gaza. Inoltre, essendo una figura chiave di Hezbollah, difficilmente può essere stato ucciso da sunniti libanesi, non “equipaggiati” per operazioni di questa portata. Infine, non è passata inosservata la pronta smentita da parte del governo israeliano, che invece in passato in situazioni del genere ha sempre preferito rispondere alle accuse con il silenzio.

 

Si tratta, ovviamente, solo di ipotesi. Ciò che è certo, invece, è che la morte di Lakkis rappresenta un duro colpo per l’immagine di Hezbollah dopo il doppio attentato del 19 novembre all’ambasciata iraniana di Beirut (25 i morti), rivendicato dalle Brigate Abdullah Azzam - gruppo jihadista sunnita vicino ad Al Qaeda, operativo oltre che in Libano anche nella Penisola Araba, in Afghanistan e in Pakistan -, per il quale però non è stato accusato Israele ma l’Arabia Saudita.

 

La sostanza dei fatti, comunque, non cambia e a pesare sempre di più sul movimento sciita libanese è il bilancio negativo della partecipazione in prima linea nel conflitto siriano al fianco di Bashar Assad. Le continue perdite di miliziani inviati sul fronte hanno infatti creato dei malumori non solo alla base del movimento ma anche ai vertici, come dimostra la rottura registrata pochi giorni fa nella regione di Ghuta, vicino a Damasco, dove Mustapha Badreddine, comandante delle truppe di Hezbollah in Siria, ha criticato apertamente Maher Al Assad, fratello del presidente Assad e comandante della 4° divisione dell’esercito regolare siriano. Questi non avrebbe garantito la necessaria copertura ai miliziani libanesi nel corso degli scontri della settimana scorsa contro l’Esercito Siriano Libero e contro l’Esercito dell’Islam - formazione sostenuta finanziariamente dall’Arabia Saudita -, costringendoli a contenere da soli l’avanzata dei ribelli sia nell’area orientale di Ghuta che nel governatorato del Rif di Damasco. A questo scollamento si è aggiunta l’uccisione di diverse figure chiave di Hezbollah, tra cui Wissam Charafeddine, capo di una unità speciale, Ali Rida Fouad Hajj Hassan, nipote dell’ex ministro dell’Agricoltura di Beirut Hussein Hajj Hassan, Abbas Mohamed Idriss e Hassan Raqda, entrambi alla guida di un altro contingente libanese in Siria.

 

Perdite eccellenti che hanno spinto i vertici del Partito di Dio a ridurre sensibilmente l’invio di nuove milizie richieste da Assad per la protezione di Homs e Damasco, aprendo di fatto una spaccatura interna al fronte lealista che potrebbe incidere sugli attuali equilibri del conflitto siriano. 

 

 

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