Gerusalemme è sempre stata la capitale di Israele

Parla l'ambasciatore israeliano in Italia: l'annuncio del trasferimento dell'ambasciata Usa è un atto audace, ma non innovativo

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Militari israeliani della polizia di confine nella città vecchia di Gerusalemme, 7 dicembre 2017 – Credits: Chris McGrath/Getty Images

Luciano Tirinnanzi

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"Non c'è alcuna road map per dichiarare Gerusalemme capitale. Gerusalemme è la capitale".

Ofer Sachs, l'ambasciatore israeliano in Italia, non si nasconde dietro frasi di circostanza per chiarire la posizione di Israele sul tema. "Donald Trump ha fatto una mossa molto coraggiosa, ma non innovativa. Non c'è niente che non fosse già sul tavolo. Di fatto, gli Stati Uniti furono i primi a riconoscere Israele alcuni minuti dopo la dichiarazione della nascita dello Stato (nel 1948, ndr). E, in poche settimane, Gerusalemme era già capitale"

Il presidente Trump è apertamente schierato dalla vostra parte.
Trump ha solo riconosciuto la realtà, ma non ha negato i diritti dei palestinesi: niente che possa pregiudicare le trattative. Con il suo approccio pragmatico, sta facendo qualcosa di nuovo. Parla con tutti i leader della regione. Sta applicando il principio di Einstein, secondo cui se vuoi risolvere un problema non puoi usare lo stesso approccio all'infinito, perché il risultato sarà sempre uguale. Devi introdurre qualcos'altro. E quel qualcosa oggi è Gerusalemme.

Cosa accadrà adesso?
Di fatto niente. L'ambasciata statunitense non si sposterà prima di qualche anno. Ma l'approccio differente è già di per sé una boccata d'aria. Speriamo che quest'aria giunga anche in Palestina e in Libano, allontanando le grida di Hamas e di Hezbollah. La popolazione palestinese sa che non ha senso un nuovo ciclo di violenze. Come sa perfettamente che, quando è il momento di dialogare, gli americani sono i veri interlocutori. Non è un caso che entrambi gli accordi di pace siano stati firmati a pochi passi dalla Casa Bianca. Noi, d'altra parte, non potremo contare per sempre sulla tecnologia militare per tenere lontani i razzi che continuano a piovere sulle nostre case. Se dovesse succedere ancora, non saremo più in grado di trattenere la nostra potenza militare.

L'Europa in generale, e Federica Mogherini in particolare, sono molto critici nei vostri confronti.
C'è una fortissima relazione con l'Europa, ma abbiamo un'idea e un approccio totalmente differenti sull'accordo di pace. Non giudico Mogherini, ma il suo punto di vista sul conflitto israelo-palestinese è sbagliato. Non porta niente di nuovo al dialogo, né per creare incentivi per i palestinesi, né per modificare il loro costante rifiuto ai negoziati.

L'Arabia Saudita, invece, è sempre più vicina. Merito di Mohammed bin Salman?
Il tempo ci dirà chi è davvero il principe ereditario. Di certo, grazie a lui qualche passo è stato fatto per avvicinare l'Arabia Saudita all'Occidente e per considerare Israele un partner. Quanto al rapporto con l'Iran, il conflitto tra sunniti e sciiti è così vecchio e profondo che non c'è modo di risolverlo a breve. Nessuno dei due vuole la guerra, ma non esiterebbero in caso venisse varcata una linea rossa.

Potrebbe essere la Palestina quella linea?
I palestinesi hanno la loro linea rossa. L'hanno tracciata ancor prima di iniziare i negoziati. Di conseguenza, oggi non abbiamo alcuna trattativa diretta con loro. Abbiamo molti affari in comune, ma niente che riguardi un accordo di pace. Discutiamo di economia, sanità, energia, ma sfortunatamente non di politica. Netanyahu è stato chiaro su questo: siamo pronti a trattare in ogni momento, però senza precondizioni. Partire dal presupposto che i confini devono essere quelli antecedenti al 1967, ad esempio, non è un gioco corretto. La via migliore per uscire dallo stallo è sedersi a un tavolo e eliminare uno dopo l'altro gli ostacoli. Tutto è negoziabile.

Su cosa verterebbe il negoziato? La radicalizzazione a Gaza e la stabilità relativa della West Bank hanno anche radici economiche. Perciò ogni accordo futuro dovrà contenere al suo interno incentivi di questo genere. Industrie, accesso al mercato, accordi commerciali, ma anche istruzione. Tutto ciò che possa creare un'economia chiara e stabile. A patto però che il denaro non finisca alle famiglie dei terroristi come ricompensa per gli atti criminali dei loro parenti contro di noi. Questo è un messaggio assolutamente negativo. Senza dubbio, la sfida di Gaza è più complicata.

Questo articolo è uscito su Panorama del 21 dicembre 2017, con il titolo: "Gerusalemme mai stata loro".

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