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Corbyn, abbiamo un problema!

Mentre i conservatori traballano sull’onda dell’accordo per la Brexit, i laburisti di Jeremy Corbyn sono accusati di antisemitismo. L’intervista all’esponente dei Tories Matthew Offord.

Jeremy Corbyn Elezioni Regno Unito 2017

Luciano Tirinnanzi

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Hitler che sosteneva il sionismo. La vicinanza alle manifestazioni pro-Hezbollah. I sionisti che non hanno ironia. E il leader del partito laburista che omaggia i palestinesi autori del massacro di atleti israeliani alle Olimpiadi di Monaco del 1972. Sono solo alcune delle esternazioni choc di esponenti del Labour inglese guidato da Jeremy Corbyn, che da tempo destano scandalo nel Regno Unito, dove per la prima volta la comunità ebraica si sente minacciata dalla possibilità di una premiership antisemita, se il candidato premier dovesse vincere le prossime elezioni politiche britanniche.

Come noto, infatti, l’accordo per la Brexit raggiunto in extremis dal governo di Theresa May ha messo in crisi l’intero partito conservatore, con le dimissioni di ben quattro ministri. Cosicché il leader del Labour party, Jeremy Corbyn, esulta nelle ore più difficili del Regno e intravede una finestra d’opportunità per andare presto a elezioni e riportare il suo partito al governo. Ma anche sulla strada dei laburisti verso Westminster vi sono degli ostacoli.

In un’intervista rilasciata lo scorso settembre alla BBC dall’ex capo rabbino Jonathan Sacks, si paventava persino una fuga di massa dal Paese degli ebrei, se Corbyn dovesse un giorno prendere casa al numero dieci di Downing Street. «Gli ebrei vivono in Gran Bretagna dal 1656 e non mi è mai capitato di sentire negli ultimi 362 anni la maggioranza della comunità ebraica porsi questa domanda: “È questo un paese sicuro dove crescere i nostri figli?”. La situazione è davvero preoccupante. Corbyn è un pericolo».

Anche a Bruxelles, dove a inizio novembre la European Jewish Association (Eja) ha organizzato un panel per misurare la temperatura dell’antisemitismo in Europa – in una settimana pregna di significato, perché coincidente con gli ottant’anni dalla notte dei cristalli (9-10 novembre 1938) ordita dai nazisti contro gli ebrei di Germania, Austria e Cecoslovacchia – è risuonato un campanello d’allarme. La conferenza ha raccolto le preoccupazioni pressoché dell’intera comunità ebraica europea, mai così unita nel condannare politiche contrarie alla libertà di culto, e impegnata nella richiesta di riconoscere a livello internazionale una definizione comune di antisemitismo, elaborata dalla International Holocaust Remembrance Alliance (Ihra).

L’Eja a Bruxelles ha tracciato alcune linee rosse chiedendo all’Europa unita, in vista delle cruciali elezioni di maggio: l’esclusione dai governi dei partiti che sostengono l’antisemitismo; risoluzioni vincolanti contro chi sponsorizza il boicottaggio dei prodotti israeliani (fenomeno noto come BDS, acronimo di Boicottaggio, Disinvestimento, Sanzioni); l’istituzione di un rappresentante speciale contro l’antisemitismo.

Alla conferenza brussellese ha partecipato anche Matthew Offord, esponente del partito conservatore, in prima linea per la causa ebraica. Ecco cosa ha detto a Panorama: «È cominciato tutto da quando il Labour ha cambiato le regole di partecipazione. Prima, per essere iscritti al partito servivano ventisei pound (circa trenta euro), mentre oggi ne bastano tre per partecipare alle elezioni. Questo ha improvvisamente allargato la base del partito e dei votanti a oltre seicentomila membri, molti dei quali supportavano già le idee di Corbyn».

Ma è il partito a essere cambiato o è Jeremy Corbyn? «Lui è la solita persona, e non ha mai modificato le proprie opinioni. Il Labour negli anni passati aveva virato verso il centro. Lo abbiamo visto da Tony Blair in poi, mentre adesso Corbyn, che si è sempre definito un marxista-socialista, vuole riportare il partito a quelle che ritiene le sue radici di sinistra pura. In generale, lui è molto ansioso di tornare indietro rispetto al lavoro fatto dai conservatori. Per me, però la sua idea di Labour ha numerose incognite per la tenuta democratica del Regno Unito».

Quali? «L’antisemitismo e la volontà di riconoscere la Palestina come stato prima di ogni accordo di pace, sono un segnale. Così come la sua relazione con il presidente degli Stati Uniti Donald Trump, che non è affatto buona. Ci sono poi le questioni domestiche, come il voler mettere mano a una riforma radicale dei servizi pubblici senza dirci quanto ciò potrebbe costarci, o come la volontà di togliere i fondi alle forze di sicurezza, e le riforme scolastiche improntate a cancellare il lavoro fatto nei decenni precedenti per l’educazione. Queste tematiche, se messe insieme, rappresentano un enorme pericolo per il Regno Unito, per la sua economia e per il rapporto con l’Europa».

La leadership di Corbyn è parallela alla crisi dei Tories, soprattutto a causa della negoziazione con l’Ue per la Brexit. Questo avrà un’influenza sulle elezioni di maggio? «Sì, certamente i populisti spingono per nuove forme di Brexit, a partire dall’Italia e dall’Irlanda. Questo avrà un grande impatto e rappresenta già oggi una minaccia concreta per la tenuta dell’Unione Europea. Tuttavia, come partito conservatore dobbiamo dare l’esempio. Ci sono molte opinioni diverse all’interno del partito ma, proprio in ragione di quanto accaduto con la Brexit, dobbiamo stare uniti e proporre la nostra agenda nazionale senza condizionamenti».

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