Olimpiadi dello scaricabarile. Come l'Italia
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Olimpiadi dello scaricabarile. Come l'Italia
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Olimpiadi dello scaricabarile. Come l'Italia

Il solito vizio italiano per cui chi vince vince, ma chi perde lo hanno fatto perdere. Magnini, fuori dall'acqua, campione di latta.

Se questi sono i nostri campioni, poveri noi e povera Italia. Non perché abbiano perso una gara (pur nell’aspettativa di ori e sventolio di allori e nonostante le coccole e gli incoraggiamenti, le strette di mano del capo dello Stato, i privilegi piccoli e grandi, le copertine dei rotocalchi). Non perché ci abbiano privato di qualche lezione di attaccamento al dovere o della contrizione per il podio mancato o della delusione per i dispetti della sorte che abbiamo visto esplodere nel sorprendente sit-in in pedana della spadista coreana prigioniera delle sue lacrime, affezionata alla scena della disfatta.

No. Dico povera Patria, per cantarla con Battiato, perché lo scaricabarile sugli allenatori da parte di Federica Pellegrini e, soprattutto, del fidanzato Filippo Magnini (anche se poi ha un po’ ritrattato su twitter), è lo specchio di un paese che non va. Che galleggia. Che annaspa. Che affonda. Nelle vasche olimpiche come nelle vasche del Transatlantico a Montecitorio. Perché lo sport, soprattutto lo sport, prima di tutto lo sport, dovrebbe fare da modello di responsabilità individuale, spirito di squadra e preparazione. Tre requisiti senza i quali non si arriva da nessuna parte, tanto meno in cima al mondo. Magnini esce dall’acqua e dalle Olimpiadi, 19° tempo nelle batterie da 100 stile libero, e invece di restare a mollo a piangere come la spadista coreana, o avviare un riflessione magari dicendo ai microfoni che non era giornata e si rammaricava di aver perso, eccolo scaricare tutta la colpa su chi lo ha allenato. “Abbiamo completamente ‘cannato’ la preparazione, non si arriva così a un’Olimpiade. Non stiamo facendo dei giochi impressionanti, la velocità ha sbagliato tutto: io mi sono impegnato al cento per cento, ho dato il massimo… Adesso serve parlare e ci sarà una resa dei conti. Ho 30 anni, nuoto da 22: so quando sto da Dio e quando sto di merda”. Filippo tira il sasso e ritrae la mano. “Non voglio criticare nessuno, tanto meno il mio allenatore, ma non è stato fatto tutto per correggere queste mancanze”. E poi, guardate gli Stati Uniti che bello squadrone: “Lì non contano solo gli atleti, ma lo staff”.

Chi vince ha vinto. Chi perde, lo hanno fatto perdere. E se poi uno è una star, coccolato e riverito, sa di non rischiare che una replica diplomatica. Magnini si sa com’è fatto, perde e va sopra le righe, è una primadonna, una star, va capito. In nessun paese si teme d’incorrere nella lesa maestà come in questa Italia repubblicana. Bene aveva fatto la Pellegrini, dopo la prima sconfitta nei 400 stile libero, a dire semplicemente: “Ho dato tutto quel che avevo, di più non ne avevo”. Salvo poi avallare l’ira del fidanzato verso il tecnico degli sprinter azzurri, Claudio Rossetto: “Dispiace, ma penso che tutte le prestazioni fatte fino ad oggi parlino da sole”. Sì, certo, dopo lo sfogo c’è un minimo di concessione diplomatica. Pellegrini: “Il problema non è Claudio, continueremo a lavorare insieme”. Magnini: “Abbiamo sbagliato tutti”. Ma intanto si è sgonfiato il canotto azzurro. Responsabilità, spirito di quadra, preparazione. Valori perduti. Vale oro il bronzo di Valentina Vezzali nel fioretto, coraggioso riscatto dopo aver mancato oro e argento. Ma sono campioni di latta quelli che falliscono e puntano subito l’indice sugli allenatori, i compagni, i giornalisti, il cuoco, la malasorte, la temperatura dell’acqua.        

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