Da Kabul a Tripoli: l'Occidente ha perso
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Da Kabul a Tripoli: l'Occidente ha perso

Con la nascita dell'Emirato islamico dell'Afghanistan a Doha si chiude un ciclo: gli Usa hanno perso la guerra all'Islam radicale. Le immagini chiave della storia - Il commento

 

La guerra in Afghanistan è persa. Adesso gli Stati Uniti vorrebbero non perdere la pace. È per questo che accettano di dialogare con i talebani. Nel mezzo c’è il presidente Karzai (che i talebani considerano “un fantoccio” degli americani), che rappresenta quella parte di Afghanistan non succube dell’integralismo islamico dei talebani, e votata a subire le conseguenze più sanguinose del ritiro occidentale.

I “collaborazionisti”, nel momento del ritiro, non hanno mai avuto la vita facile. E una (pre)visione realista della situazione sul campo suggerisce che i Talebani si trovano oggi nella condizione di riconquistare tutto il paese disarcionando Karzai e la sua classe dirigente, protetta finora dal presidio militare alleato. L’annuncio di negoziati di pace diretti tra afghani con l’America “behind” (coinvolta ma non in prima linea, diplomaticamente parlando) è di ieri.

Di ieri è anche la cerimonia ufficiale del passaggio di consegne tra gli alleati e le forze di “polizia” afghane come responsabili della sicurezza del paese. Da quel momento le truppe di Karzai non possono più contare sul pieno supporto dell’aviazione Usa, anche nelle preziose azioni di salvataggio dei feriti. E si combatte ancora in tre quarti del territorio. Le incursioni terroristiche talebane non si sono fermate neppure oggi, all’indomani dell’annuncio del negoziato. E di oggi è la retromarcia negoziale di Karzai, che si dissocia dall’iniziativa americana non sentendosi garantito. Gli Stati Uniti hanno infatti avallato la nascita a Doha, in Qatar, di un ufficio di rappresentanza dei talebani intitolato a un inesistente “Emirato islamico dell’Afghanistan” che Karzai non può, ovviamente, riconoscere.

La strada del negoziato si rivela così faticosa, forse impossibile, prima ancora che venga intrapresa. Delegati americani sono attesi a breve a Doha, i talebani non smentiscono i colloqui mentre continuano a minare il terreno e scatenare attacchi e far saltare macchine. Ma chi vuole davvero la pace?   

La tragica realtà è che mentre in Afghanistan ci sono ancora 65mila soldati americani, con l’idea che entro il 2014 saranno rientrati nelle loro case in Usa, da questo momento i talebani potranno riemergere dai loro tunnel scavati nelle mura delle città-trappola, dalle loro grotte di montagna, dai loro bunker desolati, e preparare la Marcia su Kabul.

Solo un disperato tentativo di Obama di stringere la pace quando ancora c’è una residua presenza americana potrebbe evitare la resa dei conti tra afghani. Ma c’è poco da crederci. C’è poco da sperare. Il bilancio di questi anni di guerra è penoso.

Gli Stati Uniti hanno attaccato l’Iraq mentre forse avrebbero dovuto concentrare gli sforzi sull’Afghanistan: hanno abbattuto un dittatore, Saddam Hussein, baathista, laico, che aveva combattuto gli sciiti e tenuto a bada i sunniti, impedendo all’integralismo islamico di espandersi (e all’Iran di rialzare pericolosamente la testa). In Iraq hanno commesso errori clamorosi, per esempio decapitando la classe dirigente baathista che, sola, poteva garantire la stabilità. In tutti i paesi arabi, gli Stati Uniti hanno poi supportato le “primavere”, che finora si sono risolte nella vittoria degli islamisti. Il “capolavoro” (si fa per dire) è stato in Libia, dove i francesi hanno preso l’iniziativa e defenestrato Gheddafi che era diventato il principale baluardo in Africa del Nord contro i vari califfati islamici. Come se l’Occidente avesse combattuto se stesso, incapace di individuare i veri nemici. O per un abbaglio ideologico (l’esportazione della democrazia) o per un marchiano errore di calcolo (siamo i più forti, vinceremo). L’Afghanistan, prima o poi, tornerà in mano ai talebani o ad altri gruppi più estremisti: un Islam militante, espansionista, sanguinario. E vittorioso sul suolo arabo.

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