Obama in Europa tra Nato, Russia e Renzi (in castigo)
Peter Dejong - Pool/Getty Images
Obama in Europa tra Nato, Russia e Renzi (in castigo)
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Obama in Europa tra Nato, Russia e Renzi (in castigo)

"Preoccupano i tagli alla difesa di alcuni paesi Nato", è la dichiarazione del presidente Usa contro l'Italia (che perde così la poltrona di segretario generale)

Il presidente degli Stati Uniti, Barack Obama, in Olanda prima di partire per l'Italia ha dichiarato apertamente quello che anticipavamo due giorni fa: "Preoccupano i tagli alla difesa di alcuni paesi Nato". Una frase che chiama in causa soprattutto il nostro paese ed il neo premier Renzi colpevole, secondo Washington, della riduzione al bilancio per l'esercito e del taglio (non ancora ufficiale) degli F35. Una dichiarazione che di fatto chiude ogni possibilità per il nostro paese di vedere assegnata all'ex ministro Frattini la carica di segretario generale della Nato, che fino a pochi mesi fa sembrava cosa fatta.

Di seguito l'analisi di due giorni fa...

Alle 9 in punto il presidente Usa Barack Obama è atterrato in Olanda per iniziare il suo tour europeo, che lo porterà anche a Bruxelles e a Roma. Il vertice sul nucleare dell'Aja sarà un G7 scarno e avrà tra i suoi principali protagonisti il grande assente, Vladimir Putin. Sin da ora è certo che si discuteranno diverse questioni e che - paradossalmente - proprio il tema del nucleare sarà messo nell'angolo.

Non è un caso che l'Italia (che non ha il nucleare sul suo territorio) sarà comunque presente al summit. Il presidente del Consiglio Matteo Renzi, che fino a qualche giorno fa tentennava sulla sua partecipazione, è già all'Aja, pronto a stringere la mano di Obama in vista del bilaterale a Roma giovedì e, allo stesso tempo, pronto a incontrare il premier giapponese Shinzo Abe e quello canadese, Stephen Harper

E' chiaro che all'Aja si parlerà di Ucraina e di un rafforzamento delle sanzioni contro la Russia, ma l'appuntamento sarà cruciale per un'altra questione: la decisione su chi succederà ad Anders Fogh Rasmussen sulla poltrona di segretario generale della NATO. E qui, quello che è più interessante seguire sono i giri di valzer dei retroscena diplomatici, più che gli asettici comunicati ufficiali che puntualmente verranno stilati al termine del summit. 

E già, perché l'Italia fino a poco tempo fa era in pole position per guidare la NATO, con l'ex ministro degli Esteri Franco Frattini che negli ultimi due anni è stato l'unico candidato ufficiale alla testa dell'Alleanza atlantica. Ma adesso circolano altri nomi e, assieme a loro, sono affiorati anche tanti mal di pancia. All'improvviso è saltato fuori l'ex premier norvegese , Jens Stoltenberg, un nominativo trapelato last minute dallo staff della Casa Bianca e sul quale sembra ci sia il placet di Angela Merkel

Ma la candidatura del norvegese non è stata gradita da almeno una decina di Paesi che hanno alzato gli scudi. Francia in testa che, durante una riunione informale la scorsa settimana, ha espresso forti perplessità per la candidatura "non trasparente" di Stoltenberg, un nome sicuramente di prestigio (è pur sempre un ex premier) ma calato sul tavolo come un coniglio uscito fuori dal cilindro degli Usa.

La candidatura di Jens Stoltenberg presta il fianco a una serie di debolezze e di criticità che non possono essere sottovalutate. La Norvegia non fa parte dell'Unione europea e a questo si aggiunge il fatto che alcuni Paesi come La Turchia hanno già chiaramente fatto sapere che si rifiutano di votare l'ennesimo segretario generale della Nato con passaporto "nordico".

I teatri caldi nel mondo, che l'Alleanza deve seguire attentamente, sono a Sud (dalla Libia alla Siria, senza dimenticare Egitto e Sahel) e non a Nord. La questione non è solo squisitamente geografica, ma è prettamente politica: il fronte aperto contro Putin in Ucraina è indubbiamente un nodo importante da risolvere, ma non è certo il nodo più importante con cui l'Alleanza atlantica dovrà confrontarsi negli anni a venire.

In virtù di questo, la candidatura di Franco Frattini, sostenuta pienamente dal presidente Giorgio Napolitano e dai governi Monti e Letta, aveva buone chances di essere accolta come una svolta positiva in seno all'Alleanza. Ma adesso la carta della Norvegia spiazza un po' tutti, Roma e non solo.

Il cambio di rotta americano può essere letto attraverso la lente di un forte malumore nei confronti del neo presidente del Consiglio italiano, Matteo Renzi, che sin da subito ha chiarito le priorità del suo governo, tra le quali non figura certo la corsa dell'Italia al vertice della NATO né, tanto meno, è possibile rintracciare una particolare attenzione (e partecipazione) alle tematiche internazionali. Anzi, Renzi ha annunciato tagli alla Difesa ed è stato "obliquo" sulla questione degli F-35, di fatto andando a intaccare una tela diplomatica che in maniera certosina Giorgio Napolitano ha intessuto negli ultimi 24 mesi. 

Per parte loro, gli alleati hanno avuto l'impressione che l'Italia stesse mollando la candidatura di Frattini perché Matteo Renzi ha la testa altrove. Un peccato, dal momento che quello dell'ex capo della Farnesina finora è stato l'unico nome sul tavolo, ed è stato espresso sin dall'inizio in modo deciso e trasparente. 

La candidatura di Franco Frattini è trasversale. L'ex capo della Farnesina è stato pienamente sostenuto dall'ex premier Mario Monti, così come dall'ex presidente del Consiglio Enrico Letta, con un lavoro diplomatico efficace ed intenso portato avanti dall'ex ministro degli Esteri, Emma Bonino, sotto il vigile sguardo di Giorgio Napolitano.

E a scorrere la lista dei segretari generali dell'Alleanza ci si rende conto che quel posto spetterebbe di diritto all'Italia, visto che da più di 40 anni l'incarico non va a un italiano. L'ultimo segretario generale per il nostro Paese è stato Manlio Brosio, che ha concluso il suo mandato nel 1971. Inoltre, non possiamo dimenticare il ruolo cruciale dell'Italia all'interno della NATO. Roma è un alleato fedele e affidabile, che ha dimostrato la sua coerenza più volte nel tempo, in modo costante e leale. Per questo parlano i numeri.

Secondo i dati di Bruxelles, il nostro Paese è il quinto contributore al budget della NATO, dopo gli Stati Uniti, la Germania, il Regno Unito e la Francia. L'Italia gode di una capacità di proiezione delle forze in grado di dispiegare fino a più di 6 mila uomini e donne in operazioni di gestione delle crisi all'estero, dei quali più di 4 mila attualmente sono stanziati in Afghanistan. Il che fa dell'Italia il secondo paese come contributore alla missione per il mantenimento della pace a Kabul e dintorni.

E' possibile far finta di non vedere tutto questo da più di quattro decenni? Ma i giochi diplomatici - si sa - si fanno dietro le quinte. E allora, è definitivamente chiusa la partita dell'Italia alla NATO? Non proprio. Fonti diplomatiche confermano che c'è ancora uno spiraglio aperto. Giovedì Barack Obama sarà a Roma. Incontrerà Matteo Renzi e "l'amico Giorgio Napolitano", come si legge in un comunicato stampa della Casa Bianca.

E "l'amico" Napolitano non è solo il presidente della Repubblica, ma è anche il capo delle Forze armate italiane. E' inevitabile che i due presidenti parleranno della questione della NATO, così come è lecito pensare che Napolitano cercherà di rattoppare le voragini diplomatiche aperte da Renzi. Ci riuscirà? Lo sapremo il 1 aprile, quando a Bruxelles si terrà il summit dell'Alleanza che deciderà ufficialmente il nome del nuovo segretario generale. Al momento la candidatura italiana non naviga in buon acque, ma la partita si deciderà solo all'ultimo istante. E questo Giorgio Napolitano lo sa bene.

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