Obama-Hollande, amici? Dipende da Teheran
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Obama-Hollande, amici? Dipende da Teheran
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Obama-Hollande, amici? Dipende da Teheran

Washington e Parigi ritrovano la complicità dopo il caso siriano. Ma sono davvero convergenti i loro interessi? Per capirlo, basta osservare quel che fa Parigi a Teheran in questi giorni

per LookOut News

Sarà la difficile situazione politica interna ad accomunarli. Saranno i gossip e gli scandali rosa che agitano le rispettive first e second ladies. Saranno i continui sbandamenti in politica estera. Sarà l’emorragia di alleanze e di simpatie che entrambi i Paesi vanno cercando di tamponare. Fatto sta che quell’amicizia speciale tra il presidente degli Stati Uniti, Barack Obama, e il collega francese, Francois Hollande, dicono loro “è stata ritrovata”.

Questa frase l’abbiamo già sentita nel gennaio 2011, quando Obama accolse Nicolas Sarkozy nel giardino della Casa Bianca: “Non abbiamo un amico e un alleato più forte di Nicolas Sarkozy e dei francesi”, disse poco prima che Parigi bombardasse la Libia di Gheddafi (19 marzo 2011). Poi l’abbiamo letta nuovamente nell’agosto del 2013, quando il Segretario di Stato USA, John Kerry, definì la Francia “il più antico alleato dell’America”, a poche ore dal bombardare la Siria di Assad (operazione thrilling, poi rientrata ma in bilico fino all’ultimo momento). Infine, l’abbiamo ri-ascoltata pochi giorni fa, a metà febbraio 2014. Stavolta, però, non c’è da bombardare nessuno. Almeno, che noi sappiamo.

Okay, è stata ritrovata l’amicizia, con buona pace di Londra, storico e imprescindibile alleato, sempre al fianco degli States fino alla presidenza Obama, e oggi pacatamente adombrato dall’interventismo francese. Eppure, al di là dell’Atlantico, i francesi sono ancora soprannominati “scimmiette mangia-formaggio” e tutti ricorderanno come Washington nel 2003 boicottò le patatine fritte “french fries” rinominandole “freedom fries”, quando Parigi si rifiutò di partecipare all’invasione dell’Iraq.

La Francia, come noto, è profondamente orgogliosa della propria grandeur e tenace nel respingere la cultura angolofona in ogni occasione possibile, a cominciare dall’uso della lingua nelle sedi diplomatiche. Washington, del resto, ha sempre considerato l’Eliseo a livello di un interlocutore più che un amico. Alleati, senza dubbio. Ma le cui reciproche diffidenze sono le stesse che marcarono la distanza tra De Gaulle e Roosevelt ai tempi della seconda guerra mondiale, i quali certo si rispettavano ma niente di più (tantomeno si consideravano amici). Non per questo l’Eliseo oggi può evitare di coalizzarsi con la Casa Bianca nei propri interessi. Già, ma quali?

Gli interessi strategici di Parigi

Ultimamente, i governi di Francia e Stati Uniti sono concentrati soprattutto su un rapporto - questo sì - speciale: quello con Teheran. Non è un segreto che l’Amministrazione Obama abbia puntato tutte le proprie fiches sui negoziati con l’Iran (altrimenti perché non avrebbe bombardato Damasco?). Un’apertura che, se dovesse andare in porto - la variabile è l’accettazione del negoziato sul nucleare della Repubblica Islamica e la cessazione dell’arricchimento dell’uranio - promette di portare molti vantaggi: economici per Francia e Iran, e soprattutto politici per Barack Obama e gli Stati Uniti.

Non è un caso che la settimana scorsa, senza aspettare le fasi conclusive dei negoziati (di là da venire) una folta delegazione francese sia sbarcata a Teheran per stringere mani e accordi futuribili tra i due Paesi. Ben 120 società francesi erano presenti: “la più grande delegazione economica e commerciale estera che si sia recata in Iran da oltre trent’anni anni” ha sentenziato IRNA, l’agenzia stampa della Repubblica Islamica.

La delegazione Medef a Teheran

Tre giorni son pochi, giusto uno “speed date” per conoscersi e lasciarsi i contatti. Ma già il vice ministro del Petrolio, Ali Majedi, ha parlato di cifre: all’Iran servono 230 miliardi di dollari da iniettare nel settore petrolchimico, per aumentare la produzione. Mentre Parigi ha citato il caso del settore automobilistico: un fatturato in calo sensibile in tutta Europa potrebbe essere in parte compensato dall’espansione nel mercato estero. Ad esempio, con nuove Peugeot (partner scontento della General Motors americana) per gli oltre 76 milioni di cittadini iraniani. La conquista del mercato iraniano, dove sono i coreani i principali competitor (Daewoo e KIA), sarebbe strategicamente propizia e assai redditizia, visto il parco macchine alquanto obsoleto della Repubblica Islamica.

In realtà, la visita “a sorpresa” della delegazione è stata preceduta da incontri segreti di rappresentanti del MEDEF (Mouvement des Enterpries de France), il corrispettivo della Confindustria italiana che, attraverso il Ministero degli esteri di Parigi, ha inviato un proprio addetto economico per preparare il terreno degli incontri, con tanto di briefing e brochure.

Quella spedizione in punta di piedi che il ministro delle Finanze francese, Pierre Moscovici, ha chiamato “non un atto di clemenza ma una scommessa sul futuro”, sarà piaciuta a Washington? Molto probabilmente no, visto che il giorno dopo la notizia, il Segretario di Stato John Kerry si dice abbia alzato la conrnetta per chiamare il ministro degli Esteri di Parigi, Laurent Fabius, osservando che un simile comportamento è “not helpful”, ovvero non aiuta.  Che ne penseranno adesso gli “amici” americani delle scimmiette francesi?  

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