Il nuovo ministro degli esteri: come deve essere
Daniele Scudieri - Imagoeconomica
Il nuovo ministro degli esteri: come deve essere
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Il nuovo ministro degli esteri: come deve essere

I candidati: Pinotti, Sereni, Pistelli, Bonafé. Di certo, personalità non ingombranti. Ecco perché l'era dei D'alema e degli Andreotti è finita

Qual è, oggi, il ruolo di un ministro degli Esteri in un paese come l’Italia, un paese occidentale nel quale il capo del governo è di fatto il titolare della politica estera? Matteo Renzi dialoga e si scontra direttamente con i suoi partner e con "l’Europa"(strana entità che non è un tutt’uno ma ha tanti protagonisti). Federica Mogherini, fedelissima di Renzi, ha esercitato in modo onorevole, senza infamia e senza lode, i suoi compiti istituzionali. Ha commesso pochi errori e questo le ha permesso di ambire a una carica altrimenti inarrivabile. Le sue dimissioni da capo-diplomazia italiano per andare a Bruxelles a indossare i panni di Madame Pesc (Alto Commissario per la politica estera e di sicurezza della UE) lasciano un vuoto facilmente colmabile.

La scelta di Renzi non può che ricadere su un altro fedelissimo, non sgradito (anzi, possibilmente gradito) al presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano. Roberta Pinotti, Marina Sereni, Lapo Pistelli e altri ancora. Vanno tutti bene, perché non ci sono né probabilmente ci saranno più alla Farnesina personalità forti (e ingombranti) come in passato Giulio Andreotti o Massimo D’Alema, forti di una propria base ideologica ma anche elettorale. Autonomi rispetto al presidente del Consiglio. Già con Silvio Berlusconi, leader forte, dopo l’interim è diventato ministro degli Esteri Franco Frattini, magistrato e grand commis, figura poco politica e comunque debole.

Diverso il caso di Gianfranco Fini, più simile in teoria a D’Alema-Andreotti che non a Frattini. Poi c’è stata una scelta “tecnica”, seppur colorata politicamente da un orientamento personale “di destra”, con Giulio Terzi di Sant’Agata. I pro e i contro erano evidenti. Terzi aveva il vantaggio di essere un alto dirigente, un ambasciatore, che conosceva a fondo la macchina, ma con lo svantaggio di essere appunto un diplomatico come quelli che avrebbe guidato, con una rete di amicizie e inimicizie, di gelosie e desideri di rivalsa.

Poi, naturalmente, c’è il fattore R. La propensione di Renzi a far cadere la scelta su una donna.

Se non conta il peso politico, deve poter contare l’esperienza. Ecco allora Lapo Pistelli, sottosegretario capace ma non figura di primo piano. Uomo. Se prevalesse il fattore R, in pista vi sarebbero la Pinotti, che ambisce però anche più in alto (al Quirinale), la Sereni, poi la Bonafè, europarlamentare (e fiorentina), Marta Dassù già viceministro (e super-esperta). Se invece restiamo tra le mura candide e imponenti della Farnesina, c’è un “tecnico” di prim’ordine, donna, che ha sempre operato egregiamente in tutti i suoi incarichi. Donna di polso, capo dell’Unità di crisi, di peso (economico) alla testa della Cooperazione, e di potere (interno) perché responsabile del personale degli Esteri. NB: senza troppi nemici (a differenza di Terzi).

Tra questi nomi sceglie Renzi. L’Italia ha bisogno di un ministro che sappia ben lavorare con Matteo, con la Mogherini in Europa, e con la struttura diplomatica. Che conosca i dossier e non commetta errori.

Di più, non serve. Ma, attenzione: sarebbe già tanto.     

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