Le intercettazioni non sono più sempre belle e pure. Contrordine da Repubblica
Le intercettazioni non sono più sempre belle e pure. Contrordine da Repubblica
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Le intercettazioni non sono più sempre belle e pure. Contrordine da Repubblica

Il direttore de "la Repubblica" dice che a volte un sano bavaglio è meglio. Per esempio per difendere uno che sta dalla "nostra parte", come Napolitano

Oggi su Repubblica il direttore, Ezio Mauro, prende posizione sulla polemica tra Eugenio Scalfari e Gustavo Zagrebesky sulla questione Quirinale-intercettazioni.

La querelle è scoppiata alcune settimane fa, quando Scalfari (a sorpresa) ha preso posizione a favore di Giorgio Napolitano, a suo dire indebitamente intercettato dalla procura di Palermo impegnata nell’inchiesta sulla trattativa fra Stato e Cosa nostra dei primi anni Novanta.
Il fondatore di Repubblica ha successivamente spalleggiato il capo dello Stato, quando questi ha fatto ricorso alla Corte costituzionale sollevando un conflitto di attribuzione e chiedendo che si pronunci sulla possibilità che una procura possa intercettare il Qurinale, anche indirettamente.

Il caso si è infiammato perché Zagrebelski, costituzionalista e opinionista di Repubblica, ha attaccato frontalmente Scalfari (e in qualche misura Napolitano) e gli ha dato torto su tutta la linea. La diatriba è sorprendente per Repubblica, da sempre favorevole alle intercettazioni-a-prescindere: ricorderete la lunga e insistita campagna dei post-it gialli contro la presunta «legge bavaglio», che cercava inutilmente di porre un argine alla divulgazione dei nastri.

Che cosa dice, oggi, Mauro?
Fondamentalmente due cose: uno, che il Quirinale ha tutto il diritto di rivolgersi alla Corte costituzionale (ma che nelle scarpe di Napolitano lui non l’avrebbe fatto per ragioni di "opportunità"); due, che ci sono momenti storici e situazioni nelle quali è "interesse di tutti che certe conversazioni non vengano divulgate".

E Mauro si spiega meglio con le parole che seguono:

"Quante telefonate avrà dovuto fare il capo dello Stato nelle due settimane che hanno preceduto le dimissioni di Silvio Berlusconi da palazzo Chigi? Quante conversazioni avrà avuto, quando le cancellerie europee non parlavano più con il governo, i mercati impazzivano, il paese era allo sbando senza una guida esecutiva e molti di noi temevano il colpo di coda del Caimano? Se queste conversazioni – che hanno necessariamente preceduto e preparato l’epilogo istituzionale di 20 anni di berlusconismo – fossero diventate pubbliche, quell’esito sarebbe stato più facile o sarebbe al contrario precipitato nelle polemiche di parte più infuocate, fino a rivelarsi impossibile?".

Ecco. La citazione dell’editoriale del direttore di Repubblica è lunga, ma merita di essere proposta per intero alla lettura (e all’archivio storico). Perché, nascosta dietro una vernice di senso istituzionale falso come i soldi del Monopoli, contiene uno degli esempi più lampanti e sconfortanti della "doppia verità" che da troppo tempo corrode e corrompe la sinistra italiana.

Traduco in parole semplici il pensiero di Mauro: ragazzi, non sempre sapere la verità è utile; non sempre deve diventare norma lo slogan "intercettateci tutti", così amato dal popolo dei giustizialisti e dai lettori di Repubblica, perché ci sono casi nei quali un po’ di sano bavaglio potrebbe convenire alla causa. Inoltre, smettetela di attacccare Napolitano, perché è stato lui a liberarci da Berlusconi.

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