"Oltre il Muro", storia e storie di Roger Waters
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"Oltre il Muro", storia e storie di Roger Waters
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"Oltre il Muro", storia e storie di Roger Waters

La vita del musicista in un libro del giornalista Giovanni Rossi

Roger Waters ci ha impiegato una vita. Per raggiungere quel piccolo cimitero di Cassino, in Italia, e ritrovare il luogo dove è sepolto suo padre, ci sono voluti 70 anni. Quando, in un giorno feriale della fine di marzo di quest'anno, Waters ha deciso di andarci. E ora, ha preso un impegno: ritornarci il prossimo 18 febbraio, quando verrà collocata una targa in memoria di Eric Fletcher Waters e di tutti i caduti alleati dei quali non sono mai state trovate le spoglie.

Questo è anche l'ultimo capitolo del libro di Giovanni Rossi, Roger Waters. Oltre il muro, in uscita il 15 novembre per Tsunami Edizioni: una sorta di biografia di Waters e dei Pink Floyd, che comincia proprio con Lo sbarco ad Anzio: è lì che muore, quando Roger aveva solo cinque mesi, suo padre. Poi la musica, i Pink Floyd (e tutte le loro rocambolesche vicissitudini) fino a chiudere  il cerchio, con la visita al war cemetery di Cassino.

Ecco come viene raccontata quella giornata così speciale, in un estratto dal libro:

Nel Cassino War Cemetery riposano i caduti dei paesi del Commonwealth morti durante la Seconda Guerra Mondiale. Non solo coloro che presero parte alla battaglia di Montecassino, ma anche chi perse la vita combattendo lungo la famigerata Linea Gustav.

Il cimitero è immerso in uno splendido paesaggio agreste, nella strada che porta da Cassino a S.Angelo Theodice, un ampio prato verde dove sono allineate le tombe di 4.271 soldati provenienti da Regno Unito, Canada, Australia, Nuova Zelanda, Sudafrica, India, Pakistan ed un soldato dell’Armata Rossa. Insieme agli oltre 4.000 caduti ricordati dal Cassino Memorial, anche 289 militari non identificati. L’inaugurazione, nel 1956, spetta al generale inglese Harold Rupert Leofric George Alexander, comandante di tutte le forze alleate di stanza in Italia e protagonista proprio della lunga battaglia per la presa di Cassino. Da allora il cimitero è meta di un pellegrinaggio discreto, composto prevalentemente da curiosi e solo in piccola parte dalle famiglie dei caduti di quella campagna d’Italia iniziata proprio con lo sbarco degli Alleati ad Anzio e culminata con la liberazione dell’Italia dopo lunghissimi mesi di lotta contro le forze della Wehrmacht.

(...)

Tra chi aveva perso la vita in quella lunga e cruenta battaglia per la liberazione dell’Italia vi era Eric Fletcher Waters.

Il 29 marzo 2013 la tranquillità del Cimitero di Guerra viene interrotta bruscamente. Non c’è una ricorrenza particolare. E non è neppure domenica, il giorno solitamente destinato alle visite. I venditori dei pochi chioschi di fiori si accorgono subito che c’è qualcosa di insolito, quando un grosso van nero con i vetri oscurati scarica un gruppetto di persone. Un uomo dalla barba incolta, vestito in jeans, lungo cappotto nero e maglioncino a collo alto, si dirige con passo esitante verso l’ingresso del cimitero. Alle sue spalle alcune persone che lo accompagnano seguendolo da vicino.

È la prima volta che Roger Waters si reca a Cassino. Vuole vedere dov’è sepolto il padre. (...)

Con lui alcune persone, che imbracciano una videocamera e filmano. Roger si aggira per i viali circondati dalle lapidi. Suo padre è lì. Purtroppo non c’è una tomba che rechi il suo nome, perché il corpo non è mai stato identificato con precisione. Ma Eric riposa lì, insieme a quei quasi cinquemila compagni che avevano lottato con ogni forza per respingere il contrattacco dei tedeschi. (...)

Roger esce dal cimitero, è quasi stupito nel vedere tante persone. Chi lo conosce bene nota quella smorfia infastidita che è ormai uno dei suoi tratti tipici. Ma dura poco. Giusto lo spazio di sciogliersi di fronte alla folla festante che lo acclama. Gli si fanno incontro alcuni giornalisti. Gli chiedono il motivo della sua presenza lì e cosa stiano girando quelle telecamere che lo accompagno: «Si tratta di un filmato che non è destinato alla pubblicazione. Sono qui perché ho scoperto che, con molta probabilità, tra queste lapidi è sepolto anche mio padre, morto nello sbarco di Anzio. Sto facendo questo viaggio perché il mio passato è il mio futuro». I fan non lo lasciano un solo momento, chiedendo autografi e scattando foto. Lui non si ritrae.

Mentre parla una mano gli porge una sciarpa della squadra del Cassino calcio. Se la gira tra le mani, la guarda. Il suo pubblico lo acclama gridando il suo nome e lui si lascia andare sventolando il vessillo di una passione che non lo ha mai abbandonato. E poco importa che non si tratti dell’Arsenal, ma di uno sconosciuto club locale: la passione non ha colore e non ha confini. Sorride ancora e si lascia andare ad uno scomposto «Grazie» che grida in un italiano che sembra leggermente stentato. Non per la pronuncia, quasi perfetta, ma per il tono, commosso.

Sorride mostrando una rilassatezza che era sconosciuta ai più nell’epoca d’oro dei Pink Floyd. Quella serenità che sembra aver trovato proprio negli anni della carriera solista, dove l’affetto ed il seguito dei fan è cresciuto con il passare del tempo. Ed ora quelle duecento persone accorse di mercoledì ad un cimitero sono lì solo per lui, non per la sua musica, non per uno show, né tantomeno per una delle tante iniziative benefiche a cui partecipa, ma solo ed esclusivamente per lui.

Questo 29 marzo resta una delle migliori giornate della sua vita.

Dopo la breve intervista, Roger si congeda. «Ora devo andare». Sale sul van nero e riparte per casa. Suo padre è lì, lui lo sa.

Il suo passato è lì, ed anche il suo futuro.

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