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Musica

Prima della Scala, "Giovanna d’Arco": trionfo per Chailly

Grande successo dei tre interpreti, del coro della Scala e dell'orchestra che ha esaltato i tesori dell'opera verdiana

L'esibizione è stata salutata da 8 minuti di applausi

Giovanna d’Arco, la settima opera di Verdi, in scena per la prima volta al Teatro della Scala il 15 febbraio 1845, è ritornata oggi nel prestigioso teatro meneghino a 150 anni dalla sua ultima esecuzione. Un distanza di tempo enorme per un’opera che Verdi riteneva “la più bella” delle sue prime, ma, nel corso della sua lunga vita, ebbe rarissime riprese. Una sfortuna che è durata per quasi un secolo, fino al 1951 quando al Teatro San Carlo di Napoli la interpretò Renata Tebaldi. Da allora Giovanna d’Arco è ritornata a vivere in eccellenti interpretazioni di grandi soprano. E’ stata riscoperta, peraltro, non solo come un’opera per cantanti “divine”, ma anche per i suoi valori musicali e drammaturgici. Le sua sfortuna era stata infatti attribuita alla mediocrità del libretto di Temistocle Solera, ispirato alla tragedia di Schiller, La Pulzella d'Orléans. [Cliccare su Avanti]

Il libretto

In realtà Solera, con l’apporto determinante di Verdi, aveva costruito un libretto  svelto, dinamico, con soli cinque personaggi, che coglieva l’essenza della tragedia schilleriana.  C’è in esso l’eroismo patriottico e la fede di Giovanna, ossessionata ora da voci angeliche ora demoniache , il dramma del padre Giacomo che la crede vittima del diavolo, il ruolo di Carlo VII che ha visto in Giovanna non solo l’eroina della guerra contro gli inglesi, ma anche la donna degna d’essere amata. [Cliccare su Avanti]

La partitura di Verdi

Verdi, in meno di tre mesi, creò una partitura ricca di tesori sinfonici e vocali. L’ouverture in tre parti è fra le più riuscite di tutto il repertorio verdiano, soprattutto nell’andante che evoca Giovanna in un’atmosfera pastorale dove dialogano fra loro flauto, clarinetto e oboe. Di rilievo è anche il duetto del prologo(che corrisponde al primo atto nell’edizione diretta da Chailly) fra il re e Giovanna, che diventa un terzetto con l’intervento finale del padre. Nel primo atto(nella Prima di oggi il secondo) O fatidica foresta è un’aria di straordinaria bellezza, dove Giovanna ricorda la sua vita di pastorella. Ed è difficile, nello stesso atto, non rimanere coinvolti dal duetto d’amore tra Giovanna e Carlo VII. Indimenticabile, infine, l’aria di Giacomo nel secondo atto(oggi nel terzo) e il grande duetto figlia-padre del terzo atto(ora quarto). In quest’opera c’è già tutto il genio di Verdi, che lo porterà nell’arco di soli due anni agli straordinari risultati di Attila e di Macbeth. [Cliccare su Avanti]

I vip

Non c’è Prima della Scala senza vip, anche se in numero minore rispetto agli altri anni come inevitabile retaggio del clima di tensione creato dagli attacchi terroristici di Parigi. Assente il presidente della Repubblica Sergio Mattarella, non è mancato invece il premier Matteo Renzi, arrivato insieme alla moglie Agnese. Spiccava per originalità la presenza di Patti Smith, la sacerdotessa del rock, che ieri sera è stata ospite speciale del concerto degli U2 a Parigi. In una piazza della Scala blindata dalle forze dell’ordine sono arrivati alla spicciolata Mario Monti, Valeria Marini, Giuliano Pisapia, Corrado Passera, Daniela Santanché con Alessandro Sallusti, Efe Bal, Laura Morino Teso, Carla Fracci, Graziano del Rio, l’etoile Roberto Bolle e il ministro dei Beni Culturali Dario Franceschini. [Cliccare su Avanti]

I primi due atti

Gran parte dell'azione si svolge nella stanza di Giovanna, distesa sul letto e vegliata dal padre. L'estrosa regia di Moshe Leiser e Patrice Caurier non rispecchia gli ambienti del libretto, ma punta, come succede spesso nel teatro lirico di oggi, a un'attualizzazione in chiave ottocentesca. Riccardo Chailly è un direttore d'orchestra di grande esperienza verdiana, come ha dimostrato in questi primi due atti, con un'interpretazione ricca di colore e coinvolgente dal punto di vista ritmico. Anna Netrebko domina l'ardua tessitura dell'opera, che passa da un registro grave, quasi da mezzosoprano, per arrivare al sopracuto, rivelandosi ancora una volta una cantante-attrice di straordinario livello. Il tenore Francesco Meli ha un bel fraseggio, di matrice belcantistica, ed è un Carlo VII credibile scenicamente. Devid Cecconi, che ha sostituito uno specialista verdiano del livello di Carlos Alvarez, se l'è cavata con coraggio in un personaggio complesso vocalmente. Il coro della Scala ha Verdi nel suo sangue e i risultati anche questa volta sono stati eccellenti.

Gli ultimi due atti

Lo spettacolo è cresciuto nella seconda parte per merito dei tre intepreti. La Giovanna d'Arco della Netrebko è da mettere accanto alle sue maggiori interpretazioni, un altro traguardo di un'artista che non ha rivali nel teatro lirico di oggi per qualità vocali, interpretative e sceniche. Francesco Meli ha dimostrato ancora una volta il suo rigore di tenore che non cerca facili effetti, come altri suoi colleghi mettendosi sempre al servizio della musica con la sua voce di bel timbro e stilisticamente ineccepibile. Il baritono David Cecconi ha recuperato, nel terzo e nel quarto atto, la sua vocalità verdiana che non aveva pienamente dimostrato nella prima parte dell'opera. Un'esibizione salutata da 8 minuti di applausi scroscianti per i tre protagonisti, per il coro e per Riccardo Chailly, che ha iniziato con un meritatissimo successo la sua direzione artistica del Teatro alla Scala.

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