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Niccolò Agliardi (L.Cendamo/Getty Images)
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Musica

Il senso di Niccolò Agliardi per le parole

«Arrangiamento e suoni hanno preso il sovravvento sui contenuti» si rammarica l'autore di molti brani famosi e vincitore del Golden Globe per la colonna sonora di La vita davanti a sé.

«Le canzoni devono essere una commistione totale tra musica e testo. I due elementi disgiunti non funzionano. Non voglio e non mi interessa essere passatista, ma oggi l'arrangiamento e i suoni hanno preso il sopravvento sulle parole. Essendo seguace e divoratore di cantautori che erano giocolieri della parola, mi manca molto, per esempio, l'emozione di una storia come quella raccontata in Anna e Marco da Lucio Dalla» dice Niccolò Agliardi, scrittore, interprete e autore di testi per tanti artisti (tra cui Emma Marrone, Roberto Vecchioni, Paola Turci, Arisa, Patty Pravo).

Sono sue le parole di Io sì, il brano vincitore nel 2021 di un Golden Globe e di un Nastro d'Argento (con una nomination agli Oscar) scritto con Laura Pausini e Diane Warren per la colonna sonora del film La vita davanti a sé di Edoardo Ponti, con Sophia Loren. «Pur avendo nostalgia delle suggestioni di Ivano Fossati» prosegue Agliardi «quando ascolto Malibu di Sangiovanni (una delle hit dell'estate, ndr), la trovo gradevole, non mi pongo con un atteggiamento snobistico. Capisco però ascoltandola che siamo proprio in un'altra era».

Le domande che gli facciamo alla luce della sua esperienza sono essenzialmente due: c'è ancora poesia nei testi delle canzoni pop? Ci sono ancora combinazioni di parole e musica destinare a lasciare un segno e un'emozione nella memoria e nel cuore di chi ascolta? Non è una banale questione di nostalgia per la vecchia scuola dei cantautori, ma un dato di fatto: sempre più spesso nelle hit, soprattutto rivolte al pubblico più giovane, si pone il tema del significato, come se le parole delle strofe fossero in realtà soltanto un altro elemento ritmico della canzone. Parole che navigano in un mare di musica, a volte nemmeno ben distinguibili al primo ascolto.

«Una canzone per esistere ha bisogno di significato e di senso. Il significato è quello proprio delle parole: uso il vocabolo sedia per indicare quell'oggetto su cui ci si siede. Il senso, invece, lo dà la voce dell'interprete, l'arrangiamento, il contesto in cui il brano viene ascoltato, il luogo dove lo si ascolta, e anche chi è l'ascoltatore. Ecco, in questo momento storico prevale nettamente il senso perché nelle canzoni di oggi c'è meno molto significato di prima.

C'è poi l'aspetto della trivialità di alcuni testi dell'ultimo decennio: evidentemente c'era gente che sentiva il bisogno di specchiarsi in quel tipo di linguaggio. Ma, guarda caso, oggi quel linguaggio funziona un po' meno: la trap sta lasciando di nuovo spazio al pop e ciò significa che dopo il grande dolore c'è bisogno del grande sollievo» racconta prima di entrare nel merito della specificità del lavoro con Laura Pausini, star mondiale, abilissima da decenni a mantenere inalterato l'equilibrio tra musica e testi.

«Laura, oltre a essere una grande professionista che ha fatto di questo mestiere un inno internazionale, ha uno stile di comunicazione diretta, per certi versi la stessa di Lucio Battisti e Mogol. Tra chi canta e l'ascoltatore c'è una linea retta, dritta. Non c'è bisogno di interpretare perché i testi sono semplici e immediati. Laura ricopre uno spazio di mercato in cui può permettersi di dire: io la mia storia la racconto così. Può accordarsi il lusso di essere fedele a se stessa come poche altre artiste della sua generazione. Il suo è un brand solidissimo» spiega Agliardi.

Dietro le canzoni c'è un mondo, e spesso il risultato finale è un incessante lavoro di cesello di cui nessuno è consapevole, se non gli autori. «Io sì, la canzone del Golden Globe, è stata come un cubo di Rubik in cui tutte le facce devono collimare. Per quel brano ho dovuto tenere conto delle esigenze di Laura, del senso del film e delle richieste del regista che aveva bisogno di alcune parole chiave. E poi, ancora, di ciò che chiedevano Netflix e la casa di produzione: niente è stato lasciato al caso nella gestione di questi aspetti, e Laura è un Ceo aziendale impeccabile. A vincere il Golden Globe mi ha portato lei. Io ho fatto un buon lavoro, ma quello da solo non basta» ribadisce.

«Tornando al tema delle parole che accompagnano le canzoni, l'approccio di Laura è molto chiaro: chi si avvicina alla sua musica non deve mai avere l'impressione che chi canta sia per forza più intelligente, più colto, più talentuoso di chi ascolta. A questo proposito, non è un caso che lei fosse amica, devota e illuminata dalla stella, di Raffaella Carrà»

Venendo alla colonna sonora di quest'estate, non poteva passare inosservato il successo di Allegria e Mille, interpretati da Gianni Morandi e Orietta Berti (con Fedez e Achille Lauro). Voglia di revival o cos'altro? «Non è una questione di revival: quei due brani sono prodotti eccellenti ideati da altri due eccellenti Ceo aziendali. Uno è Jovanotti (autore di Allegria, ndr) e l'altro è Fedez: loro sanno intercettare le manie, i desideri e i vezzi del mercato di oggi. Indubbiamente una grande dote...».

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