Migranti: tra Italia e Libia c'è un accordo senza certezze

Il vertice di Malta si è concluso con un fragile patto per chiudere la via del mare ai fuggitivi diretti verso l'Europa

Naufragio migranti nel Mediterraneo

4 ottobre 2016. Su un gommone dei migranti provenienti dalla Libia attendono i soccorsi della ONG "Proactiva Open Arms", a circa 20 miglia nautiche a nord della costa della Libia. – Credits: ARIS MESSINIS/AFP/Getty Images

Vittorio Emanuele Parsi

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Il vertice di Malta del 3 febbraio scorso, i leader dei 28 Paesi dell'Unione Europea hanno dato il loro placet all'accordo stilato il giorno prima tra Italia e Libia in materia di migrazioni.

Il premier Paolo Gentiloni lo ha rivendicato con soddisfazione e persino orgoglio (sia pur contenuto, nello stile felpato dell'uomo) durante la conferenza stampa conclusiva. L'accordo aspira a chiudere anche la via del mare ai fuggitivi diretti verso l'Europa da Africa e Asia, sulla falsariga di quanto accaduto con l'analogo trattato stipulato tra l'Ue e la Turchia nel 2015.

Si tratterebbe di un successo significativo nella lotta per il contenimento e la regolamentazione dell'immigrazione indesiderata proveniente dall'ex "quarta sponda", almeno per due motivi. Da un lato l'aver finalmente portato le autorità libiche post-gheddafiane a un'assunzione di responsabilità; dall'altro aver ottenuto dai 27 partner europei l'approvazione esplicita di una mossa importante per tutti ma cruciale per l'Italia che, nel corso dello scorso anno e solo attraverso il Mediterraneo,è stata raggiunta da 180 mila migranti e profughi.

Il documento sottoscritto a Roma mostra però degli aspetti problematici e si presta a critiche e dubbi da posizioni speculari: tanto da chi lo ritenga poco più che un accordo scritto sull'acqua, quanto da chi si erga a paladino dei diritti umani (oltre che da tutti coloro che dell'accoglienza hanno fatto un vero e proprio business). Per i primi il problema centrale è costituito dall'affidabilità complessiva del governo libico e, in particolare, dall'effettiva capacità del fragile esecutivo guidato da Fayez al Sarraj di esercitare un'effettiva autorità al di fuori del quartiere portuale di Tripoli e poche altre enclave nel Paese.

Per parafrasare un romano diverso da Gentiloni, "Libya est omnis divisa in partes tres...": una sotto il controllo del governo di Tripoli, una alle dipendenze del generale Haftar e del suo "Esercito nazionale libico" e la terza nelle mani di svariate milizie, alcune delle quali ufficialmente "alleate" di Sarraj.

Haftar, l'uomo forte della Libia, appoggiato apertamente da russi ed egiziani (e più discretamente da francesi e inglesi, nonostante le dichiarazioni ufficiali di smentita) non ha mai fatto mistero di non voler assumere alcuna responsabilità sul controllo del traffico dei migranti. Si tratta di una posizione che nel corso dell'ultimo anno si è rafforzata: in aperta polemica verso l'Italia, strumentalmente accusata di "ambizioni neocoloniali", anche perché una parte di questo turpe traffico si sviluppa proprio dalla Cirenaica. I grandi pescherecci che partono dai porti egiziani effettuano il loro carico umano al traverso delle coste orientali della Libia, dove sostano finoa 72 ore, mentre imbarcazioni più piccole fanno la spola tra le navi madre e la costa. Haftar è sempre più audace nella sua sfida all'Italia, tanto più ora che gode dell'appoggio più esplicito da Mosca e dal Cairo. Il 16 gennaio scorso, nelle acque internazionali davanti a Bengasi e Derna, tre motopescherecci della flotta di Mazara del Vallo sono miracolosamente sfuggiti al sequestro dopo una rocambolesca fuga. Nel corso dell'azione sono stati oggetto di ripetute scariche di mitra da parte degli equipaggi di due motovedette libiche.

Da sottolineare che la nostra Marina militare è impegnata da decenni in operazioni di "sorveglianza (protezione) della pesca" in quelle acque, ma il suo crescente coinvolgimento sull'emergenza migranti ha oggettivamente comportato conseguenze sull'efficacia di questo impegno. Chi segue da vicino e con continuità le vicende libiche avverte che a essere cruciale è il coinvolgimento delle milizie le quali, più che a un riconoscimento politico internazionale, puntano a ottenere denaro per poter consolidare il proprio potere locale e la capacità di pressione sugli altri interlocutori domestici.

Se consideriamo che ogni singolo migrante ha un valore di 1.500 dollari, ci rendiamo conto che,e solo per il tratto libico, stiamo parlando di un ricavo stimabile (prudenzialmente) per lo scorso anno intorno ai 250 milioni di euro. Per convincere le milizie a collaborare occorrerà dunque rendere più redditizia questa scelta rispetto al traffico di esseri umani.

Il governo ha sbandierato una cifra di 80 milioni di euro per "sostenere lo sviluppo economico delle aree coinvolte"; ma si tratta di una cifra che dovrebbe essere impiegata anchea favore dei Paesi di transito e provenienza dei migranti che fa temere si tratti delle solite "nozze coi fichi secchi".

Dal canto loro le diverse ong e i movimenti coinvolti nell'assistenza ai migranti mettono in luce come proprio le milizie dovrebbero essere chiamate a sigillare i confini terrestri della Libia ai flussi migratori e occuparsi della sorveglianza dei migranti in attesa di rimpatrio: con quali garanzie per il rispetto dei diritti umani di questi ultimiè facile immaginare. L'accordo, da questo punto di vista, non sembra poi così diverso da quello stipulato tra Silvio Berlusconi e Mu'ammar Gheddafi che fece gridare tanti allo scandalo ma che, se non altro, era per lo meno efficace nel perseguimento degli scopi che si prefiggeva. Cosa che di quest'ultimo non sembra proprio potersi dire.

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