Matteo Salvini: per guidare il centrodestra la strada è lunga
ANSA / MATTEO BAZZI
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Matteo Salvini: per guidare il centrodestra la strada è lunga

La Lega ha centrato un successo importante alle regionali, ma a differenza di Berlusconi il suo resta un leader divisivo, non unificante

Infaticabile, dinamico, diretto, oppositore indefesso, comunicativo e duro ma non troppo, aperto al dialogo con tutte le categorie sociali compresi gli operai della Fiom che ha difeso nelle "piazzate" romane. Matteo Salvini è il futuro leader del centrodestra? Troppo presto per dirlo. L’Emilia verde non è l’Italia. Il centrodestra italiano non è la Lega. Salvini non è quello che era Berlusconi nel ’94 e neppure nel 2001. Ma, certo, Salvini imprime una scossa salutare al panorama incline alla deriva di un centrodestra quasi rassegnato.

E contribuisce in modo decisivo ad arrestare l’ascesa di Matteo Renzi e del suo Pd, che da "partito del 40 per cento" in Italia si ritrova per la prima volta a incassare la vittoria della Regione sì, ma il record storico negativo del centrosinistra sotto l’asticella del 50 per cento nell’Emilia Rossa.

Salvini, l'altro Matteo


Salvini si propone (e Maroni lo propone) come scoglio e uncino per la rinascita della sempiterna maggioranza “silenziosa” dello Stivale (o di mezzo Stivale, nel suo caso). Si propone come reclutatore di nuove leve moderate (anche se "moderate" non è l’aggettivo più appropriato per un carrarmato umano come Salvini), in vista dell’agognato ricambio della classe dirigente verde-azzurra. E tuttavia Salvini deve ancora sciogliere nodi ed equivoci prima di aspirare al miracolo di riunire sotto le fruste bandiere del Carroccio l’intero paese.

Il berluconismo esiste, il salvinismo ancora no. E per diverse ragioni. La prima è che lo sfondamento geografico è appena cominciato. In Calabria la Lega era assente. In Sicilia, fa capolino ma in modo ancora pittoresco. A Roma è una contraddizione in termini, per quanto il restyling di Salvini inizi a fare breccia nel cuore di chi nulla avrebbe a che spartire con l’anima indipent-autonomista dei lumbard.

Salvini ha beneficiato della forzata astensione di Silvio Berlusconi dalla competizione elettorale. È l’unico leader del centrodestra che abbia messo la faccia (e soprattutto le gambe) sulla cavalcata delle regionali, ovvio che ne ricavasse un premio. E si è concentrato su temi pop che gli hanno reso al momento giusto un bel bottino di voti: il disordine pubblico delle case occupate, il malcontento (anzi, l’esasperazione) per il dilagare della micro-criminalità spesso legata (inutile negarlo) all’immigrazione clandestina, e naturalmente la morsa di una crisi che non accenna a rallentare (checché ne dica Renzi). Salvini è rimasto orgogliosamente all’opposizione, senza controfirmare patti del Nazareno o compromessi di alcun genere.

Sull’euro ha scatenato una campagna che non conosce mezze misure (alla Marine Le Pen). Facile, ma auto-illusorio, per la sinistra in tutte le sue articolazioni, politiche e mediatiche, sostenere che il centrodestra italiano con la Lega in ascesa perde il centro e si ritrova sbilanciato a destra. Non a caso Salvini ha avuto l’astuzia (o la perfidia?) di schierarsi con gli operai sull’articolo 18, sfidando anche le reazioni della borghesia imprenditoriale per la quale lo Statuto dei Lavoratori è farina del diavolo.

La destra di Salvini è meno liberale e più sociale di quella di Berlusconi. È meno tollerante e più provinciale, più territoriale e meno movimentista, più rozza (il che non necessariamente è un difetto) e non meno popolare ma più elementare nelle sue richieste: la sicurezza prima del benessere.
Il voto in Emilia Romagna dice molto ma non abbastanza sulle prospettive del centrodestra. E magari costringerà Forza Italia a ripensare se stessa, non in funzione di un cambiamento di leader, non in funzione di piccole nicchie di potere da preservare, ma di un progetto e di valori come quelli che nel bene o nel male Salvini va proponendo nella sua marcia oltre i confini del Nordest.

Il leader della Lega ha centrato un successo importante, ma a differenza di Berlusconi resta un leader divisivo, non unificante. La domanda vera resta: qual è il limite fisiologico insuperabile della sua capacità di evangelizzare le “masse” borghesi che hanno votato finora Berlusconi (e in parte Renzi)?        

L'altro Matteo

Il segretario nazionale della Lega Nord Matteo Salvini vicino all'auto danneggiata dai manifestanti dei centri sociali a Bologna, 8 Novembre 2014. ANSA / MICHELE NUCCI

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Marco Ventura

Inviato di guerra e cronista parlamentare de Il Giornale, poi  collaboratore de La Stampa, Epoca, Il Secolo XIX, Radio Radicale, Mediaset e La7, responsabile di uffici stampa istituzionali e autore di  una decina fra saggi e romanzi. L’ultimo  "Hina, questa è la mia vita".  Da "Il Campione e il Bandito" è stata tratta la miniserie con Beppe Fiorello per la Rai vincitrice dell’Oscar Tv 2010 per la migliore  fiction televisiva. Ora è autore di "Virus", trasmissione di Rai 2

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