Lo "strano amore" di Renzi e del Pd per Napolitano
Lo "strano amore" di Renzi e del Pd per Napolitano
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Lo "strano amore" di Renzi e del Pd per Napolitano

Le frasi del sindaco di Firenze nascondono una certa "antipatia" per il Colle con un disegno ben preciso - I segreti della comunicazione di Renzi -

Sotto la grinta, pigliatutto a destra e a manca, niente? «No, sotto la grinta, anzi sotto il vestito tutto. Perché c’è poco ma di tutto nello show di Matteo Renzi a Bari», osserva disincantato sotto anonimato un parlamentare che conosce i «polli» di Largo del Nazareno, ora diventati in gran parte «polli di Matteo Renzi».

Tant’è che il sindaco di Firenze ha anche sbugiardato senza fare nomi un bel po’ di ex bersaniani che starebbero cercando di salire sul carro del vincitore: «Il carro si spinge», ha ammonito Renzi. Ma il punto è un altro. I contenuti veri che sono venuti fuori sono il «bombardamento» su Palazzo Chigi e soprattutto sul Colle, il cui inquilino è il Lord protettore della Larghe intese.  Anche se fino al  pomeriggio di lunedì 14 ottobre, Renzi si è premurato di precisare che lui non voleva affatto mancare di rispetto a Giorgio Napolitano, quando ha detto si può pure dire di no al capo dello Stato. Renzi lo ha fatto su amnistia e indulto, misure incluse dal presidente, nel suo discorso alle Camere, per affrontare il dramma carceri, per il quale L’Italia è stata condannata dall’Europa. 

Perché l’ha fatto? Per alcuni che non sono esattamente fan del "fiorentino", «per occupare paginate di giornali». Per altri, sarebbe ancora peggio: lo sfidante già dato per vincente alla guida del Pd, ma che in realtà agli occhi di tutti si è presentato come un candidato premier in pectore, quell’attacco a Re Giorgio, lo avrebbe sferrato non a caso ora «che Napolitano è sotto attacco di Beppe Grillo e tra il presidente e Silvio Berlusconi è sceso il freddo. Insomma ora che il re è considerato un po’ più debole». E l’attacco al presidente è avvenuto  senza che il Pd lo abbia ancora una volta difeso, ad eccezione dei ministri Flavio Zanonato e Emma Bonino.

Colpisce, infatti, che Guglielmo Epifani segretario pro tempore del Pd sia subito andato incontro a Renzi dicendo che l’amnistia deve essere solo una estrema ratio. 

Dal Pd, dove c’è quel che resta del vecchio Pci il partito dell’allora leader migliorista Napolitano, non si sono levate voci alte e forti a difesa di Re Giorgio. Chissà che il presidente non si riferisse anche al Pd l’altra sera quando in tv ha usato un termine inusuale per lo stile e l’aplomb di colui che nel suo partito di operai e contadini veniva chiamato «Lord Carrington». Il presidente riferendosi ai grillini che ne hanno addirittura chiesto l’impeachment ha replicato secco: ci sono persone «che se ne fregano» dei problemi reali e quindi del dramma delle carceri. 

E l’amico di una vita Emanuele Macaluso, che al Pd non ha mai aderito, su «L’Unità», di lunedì 14 ottobre, ha scritto un editoriale in cui accusa il Pd e Renzi di aver bocciato amnistia e indulto, solo perché sono misure non premiate dai sondaggi. Tuona, Macaluso, coscienza critica della sinistra, compagno di tante battaglie riformiste con Napolitano nel Pci, battaglie fatte in minoranza, che la sinistra  «dovrebbe vergognarsene».

Difficile non pensare  quello che nel Transatlantico di Montecitorio pensano un po’ tutti e da tempo: «Questo Pd non ama molto il presidente….». Certo, Pier Luigi Bersani non gradì quel netto rifiuto di Napolitano di dargli l’incarico perché non aveva i numeri. Non piacque neppure al Pd quell’annuncio sulla necessità di riformare la Giustizia proprio la sera della condanna Mediaset, per non parlare del riconoscimento che per Bettino Craxi ci fu «una durezza senza uguali». Per il Pdl area falchi parole tardive, per buona parte del Pd, il nuovo-vecchio Renzi compreso, parole ancora impronunciabili.  E intanto  iniziano a circolare voci incontrollate  nel Palazzo secondo le quali Renzi avrebbe un «sogno»: lui a Palazzo Chigi e Romano Prodi al Colle…

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