Marò: l'unica strada è il Tribunale del mare
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Marò: l'unica strada è il Tribunale del mare
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Marò: l'unica strada è il Tribunale del mare

"Sbagliatissima la scelta italiana di essere presenti in aula": così Angela Del Vecchio, docente di Diritto Internazionale Progredito alla Luiss di Roma, a Panorama.it dopo il nuovo rinvio indiano

Un ennesimo, nuovo rinvio: la Corte Suprema indiana si è presa altri 8 giorni di tempo per pronunciarsi in merito al ricorso italiano sul caso di Massimiliano Latorre e Salvatore Girone. In aula l'accusa indiana ha chiesto che i marò siano giudicati in base alla Sua Act, la legge anti-terrorismo, pur non chiedendo il ricorso alla pena di morte, prevista dalla stessa legge nei casi più rari. I fucilieri di Marina, dunque, dovranno attendere un'altra settimana prima di conoscere il capo di imputazione a loro carico, a due anni dall'incidente, e per sapere se, in attesa di un eventuale giudizio in India, potranno tornare in Italia, come chiesto dal nostro Paese. Ma la scelta di andare in India, da parte del ministro della Difesa, Mauro, e così come la presenza dell'inviato speciale del Governo, Staffan De Mistura, in aula è "sbagliatissima" per la professoressa Angela Del Vecchio, docente di Diritto Internazionale progredito alla Luiss di Roma. "Sbagliato perché significa accettare la competenza indiana: è come se l'India giudicasse l'Italia, perché i marò rappresentavano a tutti gli effetti il nostro Paese".

Perché l'India, tramite la pubblica accusa, si ostina a percorrere la strada della Sua Act, la legge antiterrorismo?

Perché è solo applicando la Sua Act che l'India ha la possibilità di giudicare il caso, che è avvenuto in acque internazionali, dove secondo il diritto del mare delle Nazioni Unite, ovvero le norme della convenzione di Montego Bay, non avrebbe competenza alcuna nel caso dei marò.

Ma l'India ha il diritto di applicare una legge interna, invece delle norme internazionali?

No, non ne ha il diritto perché la convenzione di Montego Bay, ratificata sia dall'Italia che dall'India, disciplina tutto ciò che avviene nel mare e in particolare nelle acque internazionali e l'incidente è avvenuto appunto in questo contesto. L'India dunque applicando il diritto interno viola obblighi internazionali: il diritto interno infatti non può mai prevalere su quello internazionale ed anzi le leggi di uno Stato vanno sempre modificate, recependo le normative internazionali.

Come mai allora l'Italia non ha reagito con forza fin dall'inizio della vicenda?

Da parte italiana è stato commesso un grosso errore, ovvero quello di voler risolvere questa controversia internazionale soltanto con la diplomazia, che è sì uno strumento al quale fare ricorso, ma solo in via temporanea: visto che a livello diplomatico non si è risolta la questione, occorreva rivolgersi al Tribunale internazionale per il diritto del mare, che rappresenta il giudice internazionale competente in questi casi. I marò, invece, sono diventati ostaggio della politica sia nostra che indiana, dal momento che anche in India esistono forti conflitti tra il ministro dell'Interno, quello degli Esteri e quello della Giustizia, oltre ai contrasti tra i vertici dei partiti, che si sono scontrati prima in occasione delle elezioni nello stato indiano del Kerala, poi ora con le politiche (previste a maggio,NdR)

E perché neppure la comunità internazionale è intervenuta?

Nonostante tutto, l'Italia fa parte del G8, cioè dei Paesi che a livello internazionale contano maggiormente.  Ognuno di questi Stati è presumibilmente in grado di far valere le proprie ragioni, come lo hanno fatto in casi simili gli Stati Uniti o la Gran Bretagna. Ognuno dovrebbe poter risolvere da solo i propri problemi  e non è ammissibile che un Paese come l'Italia non sia in grado di farsi valere. Il fatto che poi che il l'inviato speciale del Governo, Staffan De Mistura, presenzi in aula alle udienze è un errore: esiste un principio generale di diritto internazionale che dice "par in parem non habet iurisditionem" ovvero soggetti di pari grado non possano citarsi in giudizio e giudicarsi l'uno con l'altro. Ebbene che l'Italia si presenti davanti ai giudici indiani è sbagliatissimo, significa accettare la competenza indiana: è come se l'India giudicasse l'Italia, in quanto i marò rappresentavano a tutti gli effetti il nostro Paese, erano nell'esercizio delle loro funzioni perché l'Italia assolve, con le operazioni antipirateria, degli obblighi internazionali, contratti in sede di Nazioni Unite e di Unione Europea.

A proposito dell'immunità, perché l'Italia non ha insistito sul fatto che i nostri militari godono dell'immunità?

Perché se ricorreremo al Tribunale internazionale del mare - e potremmo farlo in tempi rapidi e senza il consenso indiano - il Tribunale non sarebbe competente a giudicare sul l'immunità funzionale, cioè quella che spetta appunto ai militari, i quali però sarebbero comunque tutelati. La strada prevede due passaggi: il ricorso appunto al Tribunale del mare, per stabilire di chi è la competenza a giudicare i marò e in seconda battuta l'eventuale giudizio sul loro operato. Va ricordato infatti che i fucilieri hanno un fascicolo aperto a loro carico in Italia, perché è giusto che vadano giudicati per sapere se hanno operato in modo corretto o eccessivo, ma non devono essere giudicati in India. 

Nelle ultime ore si parla dell'esclusione della pena di morte, come di una notizia positiva. Ma già lo scorso anno se ne parlò, quando si annunciò che i marò non sarebbero tornati in India: la nostra Costituzione non vieta infatti l'estradizione di cittadini italiani in Paesi che prevedano la pena capitale?

E infatti è così, sarebbe stato assolutamente meglio non rimandarli indietro, perché sono cittadini italiani ed erano sul suolo italiano. In pratica li abbiamo estradati dal nostro Paese in uno che prevede la pena di morte e ciò è vietato dalla nostra Costituzione in ogni caso. Si è agito così per non turbare interessi economici, che comunque mi risulta siano stati ugualmente guastati: infatti, sia per quanto riguarda gli scambi commerciali che per quelli turistici si è registrato un picco negativo, perché sia i cittadini italiani che gli imprenditori non si sentono adeguatamente tutelati dal nostro Paese, dopo la gestione di questo caso. In caso di necessità si ha la percezione che non avere un governo forte alle spalle, ma un Paese debole ed incerto.

 Il ministro degli Esteri, Bonino, nelle ultime ore ha reagito, annunciando che l'Italia ha comunque "assi nella manica". Quali potrebbero essere?

Penso solo il ricorso al tribunale internazionale del mare, che peraltro si può fare "domani", insomma in tempi rapidissimi. L'ex ministro degli Esteri, Terzi, aveva infatti compiuto ogni passaggio preliminare che precede il ricorso. Durante il famoso Consiglio dei Ministri, era pronto a presentarsi al Tribunale del mare, ma fu messo in minoranza e si dimise.

In quanto tempo si potrebbe risolvere la questione, col ricorso al Tribunale del mare?

Nell'arco di pochi mesi.

Ma potremmo aspettarci nuove contromosse indiane, come il ritiro dei passaporti all'ambasciatore italiano o ai marò?

In linea teorica sì, ci si può anche aspettare il peggio, ma va tenuto presente che l'India non se lo potrebbe permettere, perché ne andrebbe della sua credibilità internazionale: dovrebbe mettersi contro l'Unione europea e dovrebbe aspettarsi un secco no all'aspirazione a entrare nel consiglio di sicurezza Onu come membro permanente, oltre a diventare uno Stato inaffidabile agli occhi del mondo. Se vogliono restare nella comunità internazionale, non possono permetterselo. 

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