I Marò, Terzi e il perfetto suicidio diplomatico
I Marò, Terzi e il perfetto suicidio diplomatico
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I Marò, Terzi e il perfetto suicidio diplomatico

Il diritto internazionale è dalla nostra parte. Ma siamo riusciti lo stesso a perdere la faccia

Quindi i marò Latorre e Girone rientrano in India, dopo che avevamo detto di no.
Un perfetto suicidio diplomatico. Il governo Monti si è trovato di fronte a una classica alternativa impossibile. Si è incastrato da solo, cucinato con le proprie mani, dato gli schiaffi allo specchio. Alla fine ha fatto la scelta che avrebbe dovuto fare sin dall’inizio. Infatti, si è trovato per incapacità di fronte a due strade egualmente accidentate. Ma una delle due sarebbe stata infinitamente più dolorosa.

Quali strade? Quali opzioni? Da un lato, il più doloroso, rischiare di far perdere alle nostre aziende contratti per 7 miliardi di dollari, al nostro ambasciatore in India Daniele Mancini l’immunità diplomatica, al Paese la credibilità internazionale con la violazione di un patto firmato da Mancini stesso in nome e per conto dell’Italia (l’affidavit che garantiva il rientro dei marò in India il 22 marzo).

Dall’altro perdere la faccia di fronte al mondo dopo aver comunicato per vie ufficiali (in una nota verbale da governo a governo) che Latorre e Girone non sarebbero rientrati allo scadere del mese di permesso elettorale, perdere la possibilità di veder conclusa la vicenda in tempi brevi (gli indiani non ci renderanno la vita facile sui tempi del giudizio e certo non accoglieranno facilmente la nostra proposta di portare il caso davanti a una corte di arbitrato internazionale o alla corte di giustizia dell’Aja) e perdere quello che era il nostro unico vero punto a favore in tutta questa paradossale storia dei marò che un anno e un mese fa hanno ucciso due pescatori del Kerala pensando che fossero pirati.

Quale? Stare dalla parte della ragione secondo il diritto internazionale. Perché è innegabile che la competenza a giudicare Latorre e Girone non è dell’India ma dell’Italia: il fatto è avvenuto al di fuori delle acque territoriali indiane, a bordo di una nave battente bandiera italiana, e a opera di militari italiani.

Una doccia scozzese per Latorre e Girone. Prima salvi, poi dannati.
Un altro bel pasticcio, insomma, incomprensibile da parte di un governo tecnico. Un pasticcio che fa il paio, in termini diplomatici, con quello del ministro del Lavoro Elsa Fornero sugli esodati. Livello e portata dello sfondone sono gli stessi, ma in campi diversi. E fortuna che Giulio Terzi, ambasciatore di rango e ex ambasciatore negli Stati Uniti, è (era) la punta di diamante della nostra diplomazia (per quanto non particolarmente amato dai colleghi). E fortuna che un dovere elementare per qualsiasi ministro degli Esteri sarebbe stato quello di difendere anzitutto i propri uomini (invece Mancini si è trovato completamente spiazzato, in balìa di una Corte indiana e trasformato in ostaggio di fatto, senza neanche potersi recare in Nepal dove pure è accreditato come ambasciatore).

La riunione decisiva del gabinetto di crisi che si è tenuta a Palazzo Chigi ha messo in chiaro tutti i termini del problema, e allora è apparso evidente quello che sarebbe dovuto saltare agli occhi all’inizio: non c’era alternativa a onorare i patti e far tornare in India i marò. Non c’è mai stata.
Terzi(um) non datur.  

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