Marò, ecco perché restano in Italia (se finisce così)

Per Girone e Latorre niente rientro in India entro il 23 marzo; l'annuncio del ministro degli Esteri, Terzi - le tappe della vicenda -

Nella foto Salvatore Girone e Massimiliano Latorre, al ritorno in Italia per la licenza in occasione delle feste di Natale. Ora l'annuncio che non dovranno tornare in India. Credits: Getty Images.

Eleonora Lorusso

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Una notizia inaspettata, a oltre un anno dall'inizio di questa vicenda, il 15 febbraio del 2012. Salvatore Girone e Massimiliano Latorre restano in Italia. Il loro rientro in India, dove sono accusati della morte di due pescatori durante un'operazione antipirateria a bordo del mercantile Enrica Lexie, era previsto per la prossima settimana, cioè un mese dopo la seconda licenza che aveva permesso ai fucilieri del Reggimento San Marco di tornare in patria. Il caso, dunque, finisce qui. O meglio: finisce qui (forse) il lungo ed estenuante contenzioso con le autorità indiane, che finora non avevano permesso che i marò fossero giudicati in Italia, come invece previsto dalle leggi internazionali. Ma perchè questa soluzione? E come mai adesso? E perchè l'annuncio, dato dal (ex) ministro degli Esteri, Terzi, in modo così deciso ("Dobbiamo processarli noi, l'India viola il diritto internazionale"), stupisce tanto?

In realtà la notizia pare che fosse nell'aria e certo non c'era bisogno di scomodare grandi menti per capire che la licenza di ben 4 settimane, accordata dalla Suprema Corte indiana a Latorre e Girone per poter partecipare alle elezioni, era quanto meno sproporzionata alle reali esigenze di esercitare il diritto al voto (in sole due giornate, il 24 e 25 febbraio). Ma perchè la vicenda si risolve così? La Farnesina, in questi 13 mesi ha continuato a ripetere che, nonostante i silenzi (assordanti) , era in corso un lavoro diplomatico molto delicato. Così delicato che la scorsa estate alcuni articoli di stampa sul caso erano stati accusati di aver minato le trattative in corso con New Delhi. Si trattava di ipotesi su un possibile blitz delle nostre forze armate, per riportare a casa i marò, che secondo qualcuno avrebbero potuto svelare possibili azioni italiane all'India (mai peraltro ipotizzate realmente).

Lo stesso ministro Terzi, solo pochi giorni fa, ha risposto ad alcuni interrogativi posti da Panorama.it sullo stato delle cose (seppure con un discreto ritardo che stride con la rapidità con cui lo stesso Terzi twitta o scrive su Facebook): "Non tutti sono soddisfatti (della licenza di un mese in Italia, NdR), nonostante sia stato assai impegnativo ottenere questa nuova licenza, ma di fatto si tratta di un'altra tappa sulla strada che ci porterà a riaverli DEFINITIVAMENTE in Italia...." Così infatti rispondeva l'ex ministro, il 26 febbraio scorso. Oggi lo stesso responsabile della Farnesina ha annunciato che Latorre e Girone non dovranno tornare in India, spiegando che il nostro Paese è disponibile a "giungere ad un accordo per una soluzione della controversia, anche attraverso un arbitrato internazionale o una risoluzione giudiziaria".

Ma che fine farà il Tribunale speciale che avrebbe dovuto giudicarli e soprattutto avrebbe dovuto pronunciarsi sulla giurisdizione sul caso? Molto probabilmente non se ne farà nulla, anche perchè a quasi due mesi dalla decisione di istituirlo ancora non si sapeva nè da quando nè da chi sarebbe stato composto. Se per l'Italia si tratta di un successo, per l'India non si può dire che la notizia non faccia piacere: nonostante una fonte diplomatica indiana all'Onu abbia ribadito che "i marò devono essere processati in India secondo leggi indiane", per New Delhi è certamente una "grana" in meno, dal momento che verso i due militari italiani sono state rivolte le accuse più infamanti, specie durante la campagna elettorale che ha visto in prima fila Sonia Gandhi, "l'italiana", sospettata di voler aiutare i marò.

Terminata la campagna elettorale, poi, è stato il momento di risolvere la "questione Kerala", ovvero lo stato del sud dell'India, che voleva a tutti i costi giudicare sul proprio suolo i militari italiani, accusandoli di omicidio volontario e opponendosi ad ogni sorta di licenza, compresa quella per le festività di Natale. Il pronunciamento della Suprema Corte indiana, lo scorso 18 gennaio, che ha tolto la giurisdizione allo Stato del Kerala, ha permesso, di fatto, di "salvare la faccia" all'India intera di fronte ad una palese violazione delle leggi internazionali da parte di un Paese membro dell'Onu: la morte dei due pescatori era infatti avvenuta in acque internazionali (come ribadito dalla Suprema Corte), mentre Latorre e Girone si trovavano a bordo di una nave battente bandiera italiana, dunque un eventuale processo deve avvenire proprio in Italia. A ciò si aggiunga che l'operazione antipirateria era sotto egida Onu e l'India siede all'Assemblea delle Nazioni Unite.

Insomma, forse quello della licenza di 4 settimane è stato un escamotage per permette di spegnere i riflettori su una vicenda dai risvolti non solo diplomatici, dati gli interessi economici reciproci dei due Paesi coinvolti, Italia e India. D'altro canto l'Italia ha messo in campo un team di una 50ina di persone, tra avvocati, periti ed esperti, per permettere ai due militari italiani di ricevere un trattamento il più adeguato possibile al loro status, ovvero quello di rappresentanti dello Stato italiano (che peraltro, proprio in questa qualità, non avrebbero potuto essere arrestati, come invece accaduto, e incarcerati). Un particolare sottolineato - solo ora - da Giulio Terzi.

Dopo l'iniziale detenzione, infatti, Latorre e Girone sono stati trasferiti prima in un ex carcere minorile, poi hanno ottenuto la libertà con obbligo di firma quotidiano in polizia e divieto di allontanarsi da Kochi. Fino al trasferimento, un mese e mezzo fa, a New Delhi. A segnare fino all'ultimo la vicenda è stato poi il giallo della sparizione dei passaporti dei due fucilieri che, se la Suprema Corte non fosse intervenuta con un permesso speciale, avrebbe loro impedito di tornare in Italia lo scorso 23 febbraio. E che dire poi dell'esporto presentato da Fernando Termentini alla Procura di Roma? Solo poche giorni fa il generale di riserva, tra i più attivi sostenitori dei due marò sui blog militari, ha presentato appunto un esposto nel quale, insieme all'avvocato Emanuele Tomasicchio, scrive: "La gravità dei fatti ascritti (ai marò, NdR) e la pacifica giurisdizione italiana (...) imporrebbero di scongiurare ogni potenziale pericolo di fuga dei militari Latorre e Girone, adottando all'uopo ogni consentita misura cautelare".

Insomma, si chiede ai magistrati intervenire, con qualche misura (divieto di espatrio) in grado di impedire che i fucilieri lascino il Paese, per poterli giudicare in Italia. Un espediente per evitare loro il ritorno in India? In molti se lo sono chiesto. Dall'ambiente militare si nega ogni nesso tra l'esposto e l'annuncio di Terzi, limitandosi a parlare di "semplice coincidenza". D'altro canto, però, il titolare della Farnesina, Terzi, a dicembre aveva pronunciato parole che ora suonano come "sibilline": "Se la magistratura italiana fosse andata avanti nell'azione penale, ci sarebbe stato uno "iato di sospensione" nell'impegno di riportarli in in India e Latorre e Girone sarebbero rimasti in Italia". Semplice coincidenza, ovviamente.

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