Solo un leader può salvare i due marò
ANSA/ MAURIZIO SALVI
Solo un leader può salvare i due marò
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Solo un leader può salvare i due marò

La situazione tra India e Italia è sempre più complicata, soprattutto per colpa nostra

Qui ci vorrebbe il Craxi di Sigonella, il Berlusconi dell’associazione della Russia alla NATO. L’Andreotti delle grandi relazioni mediorientali. Qui ci vorrebbe un leader. Ci vorrebbe un governo. Altrimenti i due marò saranno fucilati. Altrimenti l’Italia perderà la faccia, il prestigio, la credibilità (o, meglio, dimostrerà di avere già perso tutto). Il peso politico di un Paese è un valore quotabile. Anche in euro. Incide sulla capacità di penetrazione delle sue imprese nei mercati mondiali. 

Dov’è il governo? Dov’è il presidente del Consiglio? Dov’è Enrico Letta? Qui è in gioco la vita di due militari italiani in azione anti-pirateria in nome del governo italiano e che adesso rischiano la fucilazione in India. Ma vi rendete conto? Letta pensa di potersela cavare con qualche nota verbale? Con qualche risiko diplomatico? Con un linguaggio politichese da consiglio comunale tipo: “È inaccettabile, prenderemo contromisure”? No, qui si vedrà quanto vale l’Italia, quanto vale il premier. L’inviato speciale per i marò in India, Staffan de Mistura, non è l’inviato di un ministero, non è neppure sottosegretario o viceministro degli Esteri come ai tempi di Monti. È l’inviato del governo, agisce per il premier, prende ordini da Palazzo Chigi. 

Letta è responsabile in prima persona delle scelte sui marò. A meno che non sia un altro il vero dominus del governo. E allora sia Matteo Renzi a battere un colpo! 

Sui marò pende la possibilità della condanna a morte. A questo punto non è più questione di battaglia legale, nella quale tra l’altro l’Italia è passata dal rifiuto della giurisdizione indiana all’accettazione della giurisdizione indiana. Non è più questione di negoziati sotto banco, che probabilmente neppure ci sono (e se ci sono son falliti, non sono stati neppure individuati i giusti interlocutori). Non è più questione di scambi di note verbali o di proteste formali tra cancellerie e ambasciate. Qui c’è chi si gioca la pelle. Qui ci giochiamo il prestigio nazionale. Qui deve uscire allo scoperto, con forza, con determinazione, con la presenza fisica e l’iniziativa personale, il capo del governo. Quello che sta succedendo è troppo grave. Letta batta un colpo, non sia prigioniero dei burocrati e burocrate lui stesso! 

La vicenda dei marò sembra una di quelle vicende nelle quali “una serie di sfortunati eventi” finisce col metterti in un vicolo cieco e al tempo stesso con le spalle al muro. I nostri due fucilieri di Marina Massimiliano Latorre e Salvatore Girone sono intrappolati in unaffairepolitico-diplomatico e giudiziario. È mai concepibile lo scenario di due marò con l’uniforme italiana che offrono il petto a un plotone d’esecuzione indiano? Dispiace essere crudi, ma è questo che si prepara, almeno come ipotesi. 

Il punto è che, primo, non ci troviamo di fronte a “una serie di sfortunati eventi”, ma a una sequela di errori scientifici inanellati uno dopo l’altro a cominciare dal governo Monti e dalle autorità militari, nell’insipienza di non saper mai prevedere il passo successivo. Come una partita a scacchi terribilmente seria, nella quale troppe mosse sbagliate hanno compromesso forse in modo irrimediabile il risultato. E alla fine non resta che rivoltare la scacchiera.

Il fatto in sé è più semplice delle sue conseguenze. Un gruppo di fucilieri di Marina in servizio anti-pirateria sulla nave “Enrica Lexie” apre il fuoco, il 15 febbraio 2012, sul peschereccio St. Anthony che si è pericolosamente avvicinato facendo pensare a un attacco di pirati (che infestano l’area). E rimangono uccisi due pescatori del Kerala. La “Enrica Lexie” si allontana, ma viene richiamata nel porto di Kochi dalle autorità indiane con la scusa di dover riconoscere dei pirati. Il primo drammatico errore, quello da cui discendono tutti gli altri, è il via libera dato dall’armatore e dalle autorità militari italiane. Una volta a Kochi, Latorre e Girone vengono fermati e gettati in cella. Dopo quasi due anni, l’Italia aspetta ancora la formulazione dell’accusa. Nel frattempo l’India non ha fatto un solo passo conciliativo. Al contrario ha rivendicato la sua giurisdizione anche se il fatto è avvenuto in acque “contigue” e non territoriali, ha calpestato l’immunità di funzione dei militari, ha affidato le indagini alla National Investigation Agency, NIA, che si occupa di terrorismo secondo leggi che prevedono la pena di morte e che si applicano anche fuori delle acque territoriali. È arrivata addirittura a violare l’immunità diplomatica del nostro ambasciatore a Delhi, Daniele Mancini, quando sembrava che i marò potessero restare in Italia e non rientrare in India dopo un permesso per votare lo scorso marzo.  

Sul tavolo di questa tragica roulette c’è anche una montagna difiche: 400 aziende italiane attive in India e interessi economici fondamentali per la nostra economia (ma importanti anche per quella indiana). E c’è poco da scandalizzarsi se valutazioni di ordine economico influiscono sulle scelte politico-diplomatiche.

Dietro i marò ci sono gli italiani. Non c’è il governo. 

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