Marò: gli errori di Monti e di Letta
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Marò: gli errori di Monti e di Letta
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Marò: gli errori di Monti e di Letta

La realtà è che Latorre e Girone sono in balìa della politica interna indiana e dei suoi giudici. E di un tribunale speciale a Delhi, senza neanche l’ultima spiaggia di un giudice a Berlino

 

L’Italia si è incartata. Il governo Letta si è incartato. Anche il ministro degli Esteri, Emma Bonino, sembra essersi incartato. Il capo dello Stato, Giorgio Napolitano, si è incartato. La vicenda dei marò è la cartina di tornasole di un’Italia che non conta, in un’Europa che non conta. L’Italia, se alza la voce, si percepisce appena a Justus Lipsius, il quartier generale della UE a Bruxelles. Oltreoceano, poi, lascia una traccia passeggera come i primi messaggi che Marconi avventurosamente inviava dalle scogliere irlandesi di Mizen Head. Italia, insomma, non pervenuta. Il pasticcio dei marò lo ha combinato il governo Monti, dal primo all’ultimo giorno della sua fallimentare esperienza, ma il governo Letta non è riuscito a far di meglio, e per parafrase il titolo di un programma radiofonico, anche le “minacce” politico-diplomatiche di questi giorni sono un po’ un “ruggito del coniglio”. L’urlo della formica.

Il presidente Napolitano non ha ottenuto risposte dal suo omologo indiano. Letta ripete come un disco rotto che la pretesa dell’India di applicare il Sua Act, la legge anti-terrorismo e anti-pirateria, ai marò trattati da terroristi e/o pirati, è “inaccettabile”. E allora? In bocca al presidente Obama o al cancelliere tedesco Merkel, sarebbe il primo passo verso lo schieramento delle truppe o dei mercati (le truppe moderne). In bocca al premier Letta si tratta invece di “diplomatichese”, il linguaggio di chi non sa cosa fare o ha deciso di non fare o non può fare altro che bla-bla. Il piccolo che fa la voce grossa. In realtà, il pallino è in mano all’India. Che a differenza dell’Italia di oggi (senza testa, senza leader, senza guida), è un Paese che conta.

La Bonino rivendica d’aver fatto un grandissimo sforzo politico-diplomatico per ottenere il sostegno della UE. Sostegno che però, al momento, non va oltre una stitica dichiarazione della rappresentante per la politica estera dell’Unione, Lady Ashton, anch’essa in stretto “diplomatichese”. Si dice, la Ashton, molto preoccupata per le enormi implicazioni delle decisioni dell’India. Aggiunge che due anni per veder formalizzata un’accusa sono in effetti un po’ lunghetti. Se questo è il massimo che l’Italia riesce a strappare, i poveri marò non potranno sentirsi al sicuro. La pena di morte sembra esclusa, ma l’onta d’esser condannati come terroristi e pirati e beccarsi dieci anni di galera, per di più dopo due anni di attesa del capo d’imputazione, è dietro l’angolo. Massimiliano Latorre e Salvatore Girone hanno subìto la violenza, nel marzo 2013, d’essere accolti come eroi a Roma alla vigilia delle elezioni, per scoprire poi che il governo aveva cambiato idea, letteralmente costretti a precipitarsi a casa loro, in Puglia,  raccogliere in fretta e furia i bagagli già preparati dai familiari, e infilarsi in un aereo militare per essere riportati a Delhi.

Il fatto è che per l’Italia non c’è più una strada praticabile, in punta di diritto internazionale. Se il governo Monti avesse intrapreso il percorso che porta alle Nazioni Unite, alla Corte internazionale di giustizia dell’Aja o al Tribunale di Amburgo per il Diritto del Mare, o avesse perseguito all’Aja l’arbitrato, forse oggi l’Italia potrebbe aspirare a un giudizio al di sopra delle parti. Ma non c’è più tempo. Qualsiasi iniziativa prenderebbe troppi anni. Nel frattempo, persino una vicenda tormentata e lunga come quella dei marò, nei tribunali indiani sarebbe forse arrivata a conclusione. Certo, l’Italia potrebbe minacciare di ostacolare il negoziato UE-India sul libero scambio, o le ambizioni di Delhi al seggio permanente nel Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite. Ma con la stessa possibilità di successo di un topo che cerca di divorare un gatto.

La realtà, nuda e cruda, è che i nostri fucilieri di Marina Latorre e Girone sono oggi in balìa della politica interna indiana e dei suoi giudici. E di un tribunale speciale a Delhi, senza neanche l’ultima spiaggia di un giudice a Berlino.

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