News

Marò, è finito il tempo del silenzio

"Ora basta!" dicono i familiari di Girone e Latorre, oggi a Roma, in attesa che domani i ministri Terzi e Di Paola riferiscano alla Camera. Ma dal mondo militare si levano le proteste.

Nella foto i fucilieri del San Marco, Girone e Latorre, al loro primo rientro in Italia, per una licenza a Natale. Credits: Getty Images

"Siamo di fronte ad una vergogna totale ed un danno enorme per tutto il sistema militare. Ci dicono che rimandiamo in India i fucilieri di Marina perché gli indiani hanno dato garanzie che non li condanneranno a morte. Non occorre: li abbiamo già fucilati noi". Parola del Generale Mario Arpino, ex Capo di Stato Maggiore della Difesa, generale dell'Aeronautica militare, il cui sfogo rende bene l'idea di cosa provino oggi i militari di fronte alla débâcle italiana con l'India sul caso dei marò. Un sentimento, misto di rabbia, delusione e amarezza, a cui si aggiunge il dolore dei familiari di Massimiliano Latorre e Salvatore Girone. E proprio loro, che per oltre un anno hanno sopportato tutto con compostezza e silenzio, ora dicono "Basta! E' finito il momento del silenzio".

messaggi-militari_emb4.jpg

E lo dimostreranno oggi a Roma, dove si sono dati appuntamento, lasciando la Puglia, perché "non si scherza così sulla pelle di due persone che si sono immolate per la Patria". Lo hanno fatto alla vigilia dell'audizione alla Camera dei ministri della Difesa, Di Paola, e degli Esteri, Terzi, alla quale non vogliono mancare. Per la prima volta, infatti, hanno deciso di farsi sentire quelle madri, sorelle, mogli che finora hanno taciuto, anche di fronte alle forti pressioni per chiudere persino il gruppo su Facebook da dove migliaia di persone normali scrivevano messaggi di solidarietà a Latorre e Girone: un gruppo il cui invito ai membri, fin dal principio, è stato quello di mantenere toni pacati, evitando offese. Dopo averlo chiuso, col ritorno dei marò in Italia che sembrava ormai cosa fatta, ne hanno aperto un altro, per sostenere la causa dell'ambasciatore Daniele Mancini, rimasto ostaggio degli indiani che gli hanno tolto l'immunità. Ma evidentemente neppure questo aveva diritto di esistere e così sono stati chiusi i battenti una seconda volta. Ora, dal rinato gruppo esprimono tutta la loro rabbia, che è anche quella del mondo militare.

messaggi-militari_emb4.jpg

Anche tra il personale in divisa, infatti, si fatica a contenere il sentimento di sfiducia nei confronti dei vertici, nonostante le parole delle ultime ore del Capo di Stato Maggiore della Difesa, Binelli Mantelli, che ha sollecitato a trovare una soluzione a quella che definisce ormai una "farsa". In più di uno arrivano a dire che è ora di non obbedire più, di organizzare qualche iniziativa "forte", di andare a Roma, tutti insieme, in divisa, e manifestare in silenzio davanti ai palazzi del potere. La legge lo vieta ai militari e qualcuno pensa che, ben consapevoli, i vertici ne approfittino: "Il fatto che noi non possiamo scendere in piazza, come ormai fanno tutti per tutto, non significa che siamo calmi, significa che i nostri capi hanno il dovere di gestire questi malumori, prima che diventino altro" spiegano. I militari sono infatti esasperati e qualcuno sostiene che forse i due marò avrebbero fatto meglio a "darsi alla macchia": "Credimi che sarei già stato lontano - si sfoga un soldato - Come sempre siamo pedine sacrificabili in uno stato di pecore governato da volpi".

messaggi-militari_emb4.jpg

"No, siamo in uno stato di leoni, governato da pecore" replica qualcun altro, che si chiede: "E ora con che spirito andremo in missione antipirateria? Penso che miei colleghi che ora si trovano a Gibuti e in quelle zone, a bordo di navi italiane in pattugliamento, si volteranno dall'altra parte se vedranno un barchino di pirati all'orizzonte. Chi gliela fa fare di compiere il loro dovere se poi le conseguenze sono queste?". In molti hanno reagito duramente nell'apprendere le ipotesi di reato per le quali Girone e Latorre sono indagati dalla Procura militare a Roma, soprattutto per quella "dispersione di armamento militare": "Con cosa dovrebbero respingere i pirati? Con le pernacchie? Oppure dovevano buttarsi in acqua e raccogliere pallottole?" si chiede Silvano.  

"Venduti per 30 denari" commenta qualcun altro, a proposito degli interessi economici che hanno spinto il Governo a fare dietrofront: per la precisione 7 miliardi di dollari. Secondo indiscrezioni di stampa, con tempismo perfetto 300 milioni di commesse, per la realizzazione di siluri da parte della Wass di Livorno, sarebbero stati sbloccati dall'India proprio mentre l'esecutivo rimetteva su un aereo Girone e Latorre, non senza difficoltà, viste le cinque ore che ci sarebbero volute a convincerli a tornare in India. Le facce dei due marò, mostrate dalle telecamere del TG1 all'ambasciata di New Delhi, parlano da sole. Sono più eloquenti delle loro scarne dichiarazioni: "Ci hanno insegnato a portare le stellette e noi continuiamo a portarle, dentro" ha detto Girone, mentre Latorre, ancora più secco, ha detto: "Un militare sa sacrificarsi".

Sì, perché quello dei due fucilieri del Reggimento San Marco appare come un vero "sacrificio" agli occhi del mondo militare, sconcertato dalla decisione del Governo di rimandarli in India, dopo l'annuncio della Farnesina che sarebbero rimasti in Italia. Le rassicurazioni che il nostro Governo avrebbe ricevuto da New Delhi che i due marò non corrono il rischio della pena di morte, in caso di condanna, si sono dissolte come neve al vento, non appena il ministro indiano della Giustizia ha chiarito che il governo non può interferire con le vicende giudiziarie. Ma soprattutto hanno fatto dimenticare che solo poche ore prima fonti governative di Roma sottolineavano come rimandare in India i marò sarebbe stato in contrasto con le nostre norme costituzionali, che vietano l'estradizione di nostri cittadini in Paesi che, proprio come l'India, applicano la pena capitale.

Durissimo anche l'ex comandante di Girone e Latorre al San Marco, l'Ammiraglio Giuseppe Lertola, secondo cui i fucilieri "saranno condannati a parecchi anni". Persino all'estero la mossa italiana, del tutto inaspettata, viene definita "climbdown", come sul Financial Times . Una capriola, che tra poche ore il ministro Terzi cercherà di spiegare alla Camera. Lui che, di fronte alle richieste di dimissioni sollecitate da più parti, fino a poche ore fa continuava a definire la vicenda un successo diplomatico: "Perché dovrei dimettermi se faccio parte di un governo dimissionario" chiedeva. Ieri, poi, in un comunicato si affrettava a spiegare di "aver incassato il voluminoso pacchetto di critiche ed insulti" sulla sua pagina Facebook. Poi ha spiegato di aver rispettato la consegna del silenzio che gli era stata data dal Governo sulla faccenda: "Sono un dipendente dello Stato, al servizio delle Istituzioni, nel mio DNA vi è il rispetto della linea gerarchica, e non intendo venir meno al mio giuramento, anche se ciò dovesse comportare pregiudizio alla mia immagine pubblica".

E ancora: "Ciò detto, fermo restando che il mio personale obiettivo è quello di riportare *definitivamente* a casa i nostri due Sottufficiali minimizzando il rebound negativo per il Paese (la nazione non è un entità astratta… siamo tutti noi), martedì intendo andare a riferire in Parlamento su questa delicata vicenda. Non posso e non voglio anticiparvi nulla, posso solo *garantirvi* che la mia relazione sarà UN MOMENTO DI VERITA' e uno strumento utile per COMPRENDERE LE RESPONSABILITA' riguardo a tutta questa faccenda…". Aspettiamo con ansia.

© Riproduzione Riservata

Commenti