Mark Pieth: «La concussione va abolita, soltanto l’Italia la punisce»

Mark Pieth, presidente del gruppo Ocse sulla corruzione, critica la nuova legge in materia: «Chi paga non può essere giustificato».

Credits: Arnd Wiegmann / Reuters

Annalisa Chirico

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Mark Pieth è dal 1990 presidente del gruppo di lavoro dell’Ocse sulla corruzione. Dal 1993 insegna diritto penale all’Università di Basilea. Nel 2008 aveva criticato il governo Berlusconi per la ristrutturazione dell’Alto commissariato anticorruzione. Oggi è critico anche nei confronti della nuova legge anticorruzione, approvata in prima battuta mercoledì 17 ottobre al Senato (la Camera dovrebbe pronunciarsi entro l’anno).

Professor Pieth, come giudica la nuova normativa italiana?
È indubbiamente un passo avanti, anche se non tocca il nodo della prescrizione. Il punto non è la lunghezza dei termini, ma il fatto che i tempi decorrano fino al giudizio in Cassazione. Andrebbe previsto un meccanismo per cui, una volta emessa la sentenza di primo grado, il corso della prescrizione s’interrompe.

L’Ocse aveva raccomandato all’Italia di abolire la concussione, che invece rimane, e a quel reato si aggiunge una fattispecie «per induzione» in cui il concusso viene punito.
Sarebbe stato meglio per tutti abolire il reato tout court. La concussione esiste soltanto in Italia.

Lei l’ha definita una strategia giudiziaria partorita da Tangentopoli...
La sua genesi è proprio quella. Nel resto del mondo, chi paga non può mai essere giustificato perché è dovere civico denunciare il pubblico ufficiale che chiede soldi o altra utilità. Non basta dire: «Sono stato costretto». Certo, ai tempi di Mani pulite il reato fu usato come una strategia vincente per indurre gli imprenditori a collaborare con la giustizia, ribaltando i casi contro i pubblici ufficiali.

Come funziona all’estero?
Se c’è «duress» (coercizione, ndr) ai limiti della violenza, si parla di rapina, corruzione o estorsione. Altre fattispecie basate solo su un imprecisato timore e prive di specificità sono considerate troppo blande. A ogni modo si può registrare un progresso dal momento che, in caso di induzione, viene punito anche il concusso e non solo il pubblico ufficiale.

Il provvedimento votato al Senato introduce il reato di «traffico di influenze illecite». Non c’è il rischio di produrre così un corto circuito in un sistema dove manca una regolamentazione dell’attività di lobbying e il finanziamento privato della politica è per lo più opaco?
La questione è di competenza del Consiglio d’Europa. Da parte mia posso dire che senza dubbio questo reato andrebbe visto in combinazione con le regole sul finanziamento dei partiti. Purtroppo l’Italia, come molti altri paesi, ne è sprovvista.

Un’altra innovazione della riforma italiana: la corruzione fra privati. Secondo lei, questo reato a querela di parte può diventare un’arma di ricatto o di pressione tra concorrenti?
Può succedere, per questo serve un sistema giudiziario efficiente. Un’impresa può lanciare un’accusa di corruzione per mettere in difficoltà la rivale. Il problema si accresce se il processo non avanza, ma tu intanto rimani sui giornali per i successivi quattro anni. La soluzione, per l’Italia, è accelerare i processi.

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