Violante: "Ci vuole rispetto" (anche per Berlusconi)

Dopo le polemiche per la sua "apertura" sulla decadenza di Berlusconi l'esponente del Pd torna a parlare: "Mi hanno ferito, ma lo rifarei"

Luciano Violante durante la presentazione del "Codice dell'ordinamento giudiziario" (Credits: ANSA/MASSIMO PERCOSSI)

Giovanni Fasanella

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«Pentito? No. Nella stessa situazione direi le stesse cose». Dopo le contestazioni e i “processi” subiti a settembre in alcune feste del Pd, Luciano Violante esce da un lungo riserbo e spiega a Panorama le ragioni delle sue aperture controcorrente sulla decadenza di Silvio Berlusconi

Presidente, aveva gli occhi lucidi quando i militanti del suo partito urlavano contro di lei: «Traditore! Traditore!» Non dev’essere stato facile ingoiare quel boccone.

Nessuno ha urlato “traditore”. Ma il dubbio sulla mia fedeltà politica mi ha ferito. Soprattutto perché veniva da compagni di base che sono la forza del partito e che stimo. 

Come ha vissuto, dal punto di vista umano, quello strappo con la sua gente?

Tengo per me l’aspetto privato di questa vicenda. Comunque, quando poi ho spiegato, ho ricevuto applausi, abbracci e messaggi di solidarietà. Questo mi ha compensato di tutto.

Quale spiegazione ha dato?

Ho detto la verità. Che non ero preoccupato per la sorte di Berlusconi, ma per il mio partito, il Pd. 

Preoccupato per il suo partito?

A mio avviso, il Pd stava prendendo un indirizzo sbagliato. Se devi giudicare del futuro di una persona, prima di decidere, l’ascolti, perché quella persona ha i suoi diritti, garantiti dalla Costituzione, anche se si chiama Berlusconi. E’ una questione di democrazia politica non di giustizia. Un grande partito come il PD deve dimostrarsi capace di garantire i diritti anche al suo avversario. Se non lo facesse, sarebbe in gioco la sua affidabilità democratica. C’era il rischio che l’elettorato non capisse? E’ possibile; allora dobbiamo porci il problema di come si costruisce una opinione pubblica. 

Lei ha espresso un’opinione improntata a principi di civiltà giuridica e politica. E per questo è quasi finito sotto processo. Perché è successo?

Non c’è mai stato un processo. Ci sono state critiche anche dure, che fanno però parte della vita politica,che possono dispiacere ma delle quali non ci si può lamentare. Siamo un  partito che discute, critica ed è anche capace di convincersi. Il bipolarismo post 1994, per il modo in cui si è formato, ha provocato profonde fratture: Berlusconi che vuole salvare l’Italia dai “comunisti” contro i “comunisti” che vogliono salvare l’Italia da Berlusconi. E’ prevalso lo schema tutto ideologico della costruzione di un “nemico” per definire la propria identità. E la costruzione di un “nemico” ha portato inevitabilmente con sé anche quella del “traditore”. Ecco, queste due categorie -“nemico”/“traditore”- hanno plasmato per un ventennio il nostro sistema. Ora bisogna uscirne.

Categorie belliche applicate alla politica, dunque.

I partiti politici a volte vivono come se fossero dentro recinti di filo spinato. Si autoimprigionano, rendendo asfittica la politica. E chi cerca di spiegare che con l’altro, con l’avversario, devi parlare senza sparargli, è guardato con sospetto. Non è successo solo a me.  Però il consenso che ho ricevuto dopo aver spiegato, mi ha confermato la fiducia nel partito e nella sua gente.  

Lei però non stato messo sotto accusa solo da una parte della base del Pd. Ha subito anche gli attacchi di una parte dell’intellighenzia di sinistra.

Mi ha impressionato molto che opinionisti autorevoli, che stimo e leggo con interesse,  come Barbara Spinelli e Curzio Maltese, abbiano ritenuto necessario mutilare un mio discorso di alcune frasi, stravolgendone il significato.

Si riferisce all’ormai famoso intervento alla Camera, in cui ricordava che Berlusconi è diventato più ricco durante i governi di centro-sinistra?

Così è fuorviante. C’era polemica su presunte regole decise solo per far fuori Berlusconi. Ed io allora ricordai  che le sue reti televisive non erano state minimamente toccate, quando pure sarebbe stato possibile,  ma dissi “non ora, nel 1994” riferendomi al governo Dini, che era tecnico con obbiettivi limitati e non poteva fare la riforma del sistema radiotelevisivo, se non abusando dei suoi poteri. Il dettaglio temporale, però, è stato cancellato per poter confermare il “tradimento”. Mi è dispiaciuto, per loro. 

A proposito di presunti “inciuci”. Sempre da questo fronte dell’intellighenzia di sinistra, a lei e al suo partito è stata mossa anche l’accusa di voler stravolgere la Costituzione. In combutta, appunto, con il “nemico”.

La pessima abitudine di parlare senza conoscere i fatti, o nascondendoli. Hanno scatenato polemiche contro la legge che modifica l’articolo 138 della Costituzione, ma non hanno detto di quali modifiche si tratta.

Lo dica lei, allora.

Le modifiche principali sono due, entrambe in senso garantista. La prima riguarda la commissione dei Quaranta, tra senatori e deputati, incaricata di elaborare le proposte di modifica costituzionale. Per la sua composizione, si è deciso di adottare un criterio proporzionale basato sui voti ottenuti effettivamente da ciascun partito, senza tener conto dell’alterazione determinata dal premio di maggioranza. La seconda prevede la necessità di un referendum popolare anche se la riforma fosse approvata in seconda lettura con una maggioranza qualificata dei due terzi, mentre con l’art. 138 in questi casi il referendum non sarebbe possibile. Si tratta dunque di  modifiche più garantiste nei confronti delle minoranze parlamentari e dei cittadini. E il fatto che questo significato non venga colto, indica quanto sia forte il bisogno di restituire respiro democratico alla dialettica politica, sottraendola alla logica dello schema nemico-traditore. 

Torniamo alla questione della decadenza di Berlusconi. Lei condivide i dubbi espressi da altri costituzionalisti sulla costituzionalità della legge Severino?

No. Comunque ho detto che Berlusconi aveva il diritto di difendersi come qualunque altro parlamentare, mentre la Giunta aveva il dovere di ascoltare le sue ragioni. E poi ho aggiunto che, qualora la Giunta avesse ritenuto che ne esistessero i requisiti, e solo in questo caso, avrebbe potuto sollevare la questione di fronte alla Corte. Insomma, per come vedo io le cose, il problema era stabilire dei principi.

Rompere lo schema tutto ideologico “nemico-traditore”, lei dice... 

L’ho detto: tutti a destra e a sinistra dobbiamo uscire da un bipolarismo tribale in cui prevale l’idea che l’avversario è sempre un nemico. Negli ultimi vent’anni abbiamo compiuto passi indietro addirittura rispetto al clima della guerra fredda. 

“Bipolarismo tribale”. L’idea di un’Italia politica e mediatica popolata da tribù che si combattono ferocemente è stata rilanciata di recente dalla stampa internazionale. Lei pensa che questa sia una fotografia esatta della situazione nel nostro Paese? O è falsata da elementi caricaturali?

Non è del tutto vero, grazie a Dio. Ma il modo in cui si combatte da noi la lotta politica a volte lo fa pensare e si riverbera sull’immagine internazionale dell’Italia. Basti pensare al danno di immagine che stanno subendo gli Stati Uniti per l’irragionevole ostruzionismo dei repubblicani nei confronti del presidente Obama.

In questi mesi di grande turbolenza è stata spesso evocata la parola “pacificazione”. 

E’ una parola non veritiera. Non siamo in guerra. Ma alla politica vengono applicate categorie belliche.  Il conflitto è il sale di ogni sistema democratico; solo nelle dittature può essere sterilizzato. Però le parti in conflitto devono avere piena coscienza dei limiti oltre i quali non si può andare. Questo deve valere per il centro-destra, quando si scaglia inusitatamente contro la magistratura, la Corte costituzionale o il Quirinale. E deve valere anche per i suoi oppositori, quando attaccano la destra in modo scomposto. Penso ad esempio all’ignobile espressione usata contro Berlusconi dall’on. Crimi. 

Se la parola “pacificazione” non le sembra adatta alla situazione, con quale altro termine la sostituirebbe?

Con la parola “rispetto”. Occorre creare le condizioni per un confronto anche aspro fra le parti che non faccia precipitare il Paese nel discredito della lotta di tutti contro tutti. Il rispetto vale per le persone e, naturalmente, anche per le sentenze della Cassazione.

Come ci si può legittimare reciprocamente pur rimanendo avversari? 

Costruendo identità e appartenenze civili sul terreno dei valori condivisi, a partire da quelli costituzionali. E questo tema, voglio ripeterlo sino alla nausea, va affrontato da tutti con disponibilità a capire l’altro. Perchè è solo così che il Paese può superare la sua crisi morale.

Quante volte, in questi mesi, si è sentito rivolgere dai suoi elettori la domanda: ma come fate a stare al governo con un “criminale”?

Molte. E a Berlusconi il suo elettorato chiede come fai a stare al governo con la sinistra?

E lei come ha risposto?

Politica e giustizia appartengono a campi separati, che tali devono restare. Il discorso di Letta alle Camere è stato esemplare anche da questo punto di vista. In ogni caso il PdL rappresenta circa otto milioni di voti. Da questo consenso non può nascere alcuna impunità; ma noi dobbiamo interrogarci sulle ragioni di quegli elettori. Altrimenti verremmo meno allo scopo  fondamentale della politica, che è spostare forze, non limitarsi a contemplarle o a esecrarle. 

Però, nel suo campo del centro-sinistra, si sarà anche sentito obiettare che quegli otto milioni di voti sono la parte “peggiore” della società italiana.

La stessa cosa ho sentito dire dalla destra sui nostri elettori. Ma se per assurdo fosse così, allora il problema sarebbe dell’Italia intera. Dunque bisogna uscire dai recinti, tagliare il filo spinato, parlare al Paese, rispettando e rispettandoci, altrimenti non si costruisce nessun futuro.  

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