Cronaca

Università, all'estero la raccomandazione è una questione di merito e di onore

Studenti e ricercatori vengono ingaggiati sulla base di risultati verificati, e la “raccomandazione” è trasparente. In Italia: clientela e scambio

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Marco Ventura

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In un’intervista al Messaggero l’ex presidente del Consiglio nazionale delle Ricerche e ex ministro della Pubblica amministrazione nel governo Prodi, Luigi Nicolais, dice una cosa che può suonare una bestemmia per studenti e professori perbene, ma che ha invece una sua logica, base reale e, perfino, verità: all’estero ti ringraziano, a te professore, se raccomandi qualcuno.

La raccomandazione è prevista e richiesta nelle application per posti di lavoro, cattedre o semplici ammissioni nelle Università a numero chiuso.

A me è capitato di candidarmi a capo della comunicazione Ifad (un’agenzia delle Nazioni Unite). Ricordo che nel modulo mi si chiedeva di indicare espressamente tre sponsor con le rispettive motivazioni. Non ci sarebbe niente di male a essere segnalati da una personalità autorevole che abbia avuto modo di conoscerti per ciò che vali.

Ma che ci sia qualcosa di sbagliato nelle parole di Nicolais è evidente a tutti, visto che in Italia la raccomandazione ha un uso, una diffusione e a volte (eufemismo) delle contropartite che non hanno nulla a che vedere con i meriti individuali. Semmai, con il servilismo, l’affinità ideologica e lo scambio di favori.

In Italia il merito non conta abbastanza

Ecco, il punto è proprio questo. Il merito in Italia non conta abbastanza e il problema è in primo luogo culturale.

“Non fare l’inglese”, non a caso, è un pezzo di un’intercettazione che compare nelle carte dell’ultima inchiesta sui concorsi truccati. “Non fare l’inglese, fai l’italiano”. Ecco il guaio.

Certo, anche in Gran Bretagna è emerso ultimamente uno scandalo proprio a Cambridge, di “aiutini” da parte di alcuni professori ai loro alunni.

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(Immagine: iStock-Intararit)

Senso di appartenenza

Ma nel mondo anglosassone e in generale nord-europeo, alla fine conta il merito in virtù di un sistema universitario e prima ancora sociale, che si fonda sul senso di appartenenza a una comunità e sul controllo, appunto, sociale.

Anche sul rapporto diretto degli studenti coi loro professori su basi umanamente paritarie. Si va al pub col professore. Si fanno le riunioni del club filosofico, letterario, scientifico, astronomico davanti a un boccale di birra o camminando in campagna. Lo scambio di mail è fittissimo. C’è sempre un allievo di grado superiore o un insegnante che ti segue, si cura del tuo ordine di studi dando non solo consigli una tantum, ma affrontando passo passo con te l’avventura della ricerca.

A fronte di questa familiarità grazie alla quale tutti sanno tutto di tutti e ogni mossa è sotto gli occhi di un’intera comunità e pregi e difetti di ognuno sono sottoposti al controllo del campus, c’è poi una rigida osservanza della gerarchia del merito, della capacità e originalità degli studi, del valore delle pubblicazioni considerate per quello che realmente sono in numero e peso.

Considerate i fuori corso

Basta, per capire quanto differisca il nostro sistema da quello britannico, americano, olandese… guardare ai fuori corso. All’estero non è consentito affrontare un esame, contrattare il voto e decidere di tornare o no, e magari ripetere l’esame all’infinito finché non è passato. Di fatto, all’estero, non esistono fuori corso.

L’esame va superato per andare avanti. È ammesso, semmai, tra il baccalaureato e il master, o tra il master e il dottorato o Phd, un periodo sabbatico per acquisire competenze diverse. Un’altra lingua, una prova di volontariato, un lavoro. Anche nelle Università senza numero chiuso per entrare, una volta dentro funziona la selezione attraverso saggi ed esami. E contano pure le esperienze extra-curriculum universitario. Tutto è tracciato e informatizzato (da noi, invece, il sabbatico è quasi sinonimo di vacanza). I rapporti tra studenti e maestri sono diretti, costanti, registrati, in qualche modo “pubblici”.

E la vivacità della vita universitaria che coinvolge gli studenti al di là delle lezioni e delle rispettive discipline (con le società studentesche e le iniziative degli atenei che abbattono i muri dei college e si espandono fino a comprendere intere cittadine - personalmente penso a St. Andrews in Scozia e Maastricht in Olanda) comporta una caleidoscopio di opportunità, offerte, cambiamenti di rotta in base a interessi e risultati.

Gli studenti e ricercatori migliori vengono ingaggiati sulla base di risultati verificati, e la “raccomandazione” è trasparente.

Certo, una cosa giusta Nicolais la dice ed è che dopo la raccomandazione, all’estero, si valutano i risultati. E chi ha raccomandato la persona sbagliata perde la reputazione. Perde, diciamo così, l’onore. Da noi esiste ancora l’onore?

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