Marco Ventura

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Ma di cosa dobbiamo stupirci? Donald Trump ha vinto le presidenziali americane e non poteva essere diversamente. Ha vinto perché aveva un messaggio chiaro (“rifare l’America grande”), un messaggio efficace e capace di motivare masse di elettori, perché lui è più “americano” di Hillary Clinton. Incarna una storia di ambizione e determinazione americana, con la sua spavalderia di ricco imprenditore capace di cadere e rialzarsi, e l’immensa capacità di trascinare seguaci sempre più numerosi fino alla realizzazione di un sogno. Americano, ovviamente.

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"Rifare l’America grande" è un messaggio molto più vicino al "noi possiamo" di Obama, che non la freccia puntata nel vuoto delle T-shirt dei fan della Clinton. Sulla carta Trump non avrebbe dovuto raccogliere i voti di donne, ispanici, afro-americani, immigrati, abitanti delle metropoli, intellettuali, studenti e via elencando. E invece...

C’è sicuramente nell’elezione del 45° presidente degli Stati Uniti qualche elemento da studio socio-economico, la disillusione e delusione di classi medie impoverite, il desiderio di rivalsa dei lavoratori bianchi estranei ai virtuosi circuiti metropolitani, l’attaccamento al possesso di un’arma per sentirsi padroni in casa propria e liberi di usarla, l’insofferenza verso le guerre condotte in nome di non si sa quali poteri. Infine l’anti-politica, ingrediente comune alle società occidentali nel loro tormentato evolversi di inizio millennio, anche sotto la pressione di un’offensiva barbarica di segno islamista.

Ma alla fine c’è pure un ingrediente soltanto americano, segnatamente americano, di successo e volontà. Di ribellione e anarchia contro il Sistema. Di orgoglio nazionale. Di voglia di contare ancora nel mondo: contro tutti, contro i cinesi e i messicani, contro il mercato globale in consonanza con la terra, la famiglia, la patria e Dio. Per capire Trump bisogna ascoltare le parole del suo vicepresidente, Mike Pence, che si dice “cristiano, conservatore e repubblicano, nell’ordine”. Bisogna tollerare e comprendere i vizi e i vezzi del “peccatore” Trump come di chiunque di noi. Con i suoi difetti, le sue défaillance, i suoi eccessi ed egoismi.   

Che cosa c’entra in questo la trasformazione del Partito repubblicano? Poco o nulla. Trump ha vinto anche contro l’establishment del suo partito, prima di vincere contro l’establishment della dinastia Clinton e della Casa Bianca di Obama, primo presidente nero. Ha vinto contro i Bush, altra dinastia. Con Donald ha vinto il politicamente scorretto che piace alla gente perché vicino al cuore e alla pancia della classe media. Perfino i repubblicani, che all’inizio sembravano spiazzati dal ritrovarsi a sostenere un candidato anomalo, alla fine si sono convinti. Ho amici che detestavano Hillary tanto da riuscire a tifare per Trump senza più remore, indossando nella notte elettorale magliette, cappelli e gadget. Dal New England alla Florida, dal Michigan alla California.

Ma di che parliamo? Ma di cosa dobbiamo stupirci? Faremmo bene a non guardare al fenomeno Trump con la supponenza snobistica degli analisti fuori dal mondo (della gente), e riconoscere che a vincere potrebbe non essere stato il peggiore. Tutti a celiare sull’aspetto fisico di Trump, sul ciuffo-sushi, sulla chioma arancione, e sulla profezia dei Simpson che lo avevo immaginato presidente. Perfino sulle foto da bambino a cavalcioni di un leone di peluche, reuccio della giungla tra colonne dorate e panorami ariosi, con tante piccole limousine-giocattolo ai suoi piedi.

Bene, questa è l’America. A ben vedere, non poteva essere che così. In barba ai sondaggi, alle colonne degli editorialisti di Washington, ai nasi storti e ai sopraccigli levati dei liberal della finanza. Sarebbe il caso di guardare alla futura presidenza che è già cominciata con lo spirito libero dalla zavorra del pregiudizio. E valutare finalmente il nuovo presidente non dalle parole, dalle battute o dai tic, ma dai fatti.

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