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Siria, Assad se ne va. E con lui si avvicina la fine della stirpe

La tragedia siriana ha messo in evidenza il profilo di Bashar Assad, diverso dai leader mediorientali e soprattutto da suo padre

Bashar Assad se ne va? Non se ne va? Un’intervista dell’ambasciatore russo a Parigi, Alexandre Orlov, fa pensare che i tempi siano maturi per l’uscita di scena del presidente siriano. Per un esilio dorato in qualche paese non nemico, soluzione frutto di un negoziato politico tra il regime e l’opposizione.

Nelle stesse ore in cui Orlov dalla Francia fa conoscere la sua “opinione personale” sul fatto che sarà difficile per Assad restare dopo “tutto quello che è successo” e che il dittatore ha accettato il comunicato conclusivo degli Amici della Siria riunitisi alla fine di giugno a Parigi che disciplina la transizione, si diffondono dati e notizie sul tesoro accumulato dalla cerchia degli Assad in particolare in Gran Bretagna.

Qui, 157 milioni di dollari già bloccati, per lo più contante su conti correnti, sarebbero solo “la punta dell’iceberg” di un patrimonio che ha drenato per anni e anni le ricchezze della Siria. Dopo la strage dei suoi più stretti collaboratori nel quartier generale dell’anti-guerriglia (l’ultimo a morire è stato il capo dei servizi segreti, ma l’esplosione aveva già falciato il ministro della Difesa e il suo vice, cognato di Assad, oltre al responsabile di tutte le operazioni militari contro l’opposizione), il dittatore è apparso nuovamente alla Tv di Stato come nulla fosse.

Un’immagine tutta diversa da quella barricadiera e spavalda del colonnello Gheddafi che a Tripoli arringava i sostenitori tra le macerie. Il video di Assad col nuovo ministro della Difesa, generale Freij, lo ritrae in completo blu scuro mentre parla con flemma. A Damasco si combatte per le strade, nessuna residenza di regime è più inattaccabile, e gli alauiti (il gruppo a cui appartiene Assad) si stringono a difesa del capo.

Il presidente era stato dato per morto nell’attentato, era “risorto” e prima di apparire alla tv l’ultima segnalazione lo dava a Latakia, la città-fortezza degli alauiti, forse per preparare la battaglia finale contro la maggioranza sunnita che anima la rivolta.

Si tratta, in fondo, come per Saddam Hussein alle prese con sunniti e sciiti, di un confronto che si trascina, tra sangue e vendette, da decenni. E che risale alla presidenza del padre, Hafez Assad, che resse con polso di ferro le redini della Siria per trent’anni fra il 1970 e il 2000, anno in cui morì per un infarto mentre parlava al telefono.

Assad padre governò con ferocia, attraverso la repressione e la disinformazione, ma fu un leader che garantì ai siriani benessere e credibilità internazionale. Nato poverissimo, era riuscito con alcune borse di studio a completare l’Università, intraprese la carriera militare fino ai galloni di comandante dell’Aviazione siriana, poi con un colpo di stato soft assunse il controllo del partito Baath e del governo, e non lo lasciò più. Strinse un rapporto di ferro con Mosca, che spiega pure la ritrosia russa ad abbandonare al suo destino il figlio.

Realizzò grandi infrastrutture, in particolare dighe, fino a conquistare l’autosufficienza energetica. Combatté l’integralismo islamico e la Fratellanza musulmana, pure a costo di stragi come quella memorabile di Hama, città non a caso oggi tra quelle in rivolta. Fu un dittatore laico e un fattore di stabilità in un paese che tra il 1948 e il ‘70 aveva assistito a una cinquantina di tentativi di golpe.

Bashar, subentrato al vero delfino il primogenito Basil morto in un incidente d’auto, non aveva e non ha la statura del padre, né il carisma. Il segnale più preoccupante è arrivato con la defezione della famiglia di Moustafa Tlass, amico e alleato di Assad padre dai tempi dell’Accademia militare.

Bashar affetta calma e controllo. Attorno a lui piovono i razzi, esplodono i kamikaze. Anche il padre subì un attentato terribile, si salvò solo grazie alla fortuna con cui schivò una sventagliata di mitra, alla prontezza con cui allontanò con un calcio una granata, e al sacrificio di una guardia del corpo che assorbì il colpo di una seconda granata. Bashar ha solo due possibilità: rintanarsi come Gheddafi nella città del suo clan e tentare l’estrema difesa, oppure partire. Il veto cino-russo nel Consiglio di sicurezza dell’ONU lo ha tutelato da ultimatum militari, ma Mosca pare oggi più interessata a non far passare il principio dell’ingerenza nelle “rivoluzioni interne”, piuttosto che sposare la causa del pallido rampollo di Hafez Assad, mentre i paesi occidentali e quelli del Golfo continuano ad armare e foraggiare i ribelli, anche in chiave anti-iraniana. E così la fine degli Assad è sempre più vicina.

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