Riforma del Senato. Una rivoluzione inimmaginabile

Da Enrico De Nicola a Matteo Renzi. In tanti hanno sognato di cambiare Palazzo Madama, ma alla fine non ci è mai riuscito nessuno

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L'emiciclo del Senato – Credits: Ansa/Alessandro Di Meo

Sabino Labia

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Il segretario del Pd, Matteo Renzi, al convegno di Confindustria dedicato alle città metropolitane del 6 febbraio, ha svelato la sua idea di riforma della Camera Alta: "Il Senato deve diventare camera delle autonomie. Immaginiamo un Senato non elettivo, senza indennità, 150 persone, 108 sindaci dei comuni capoluogo, 21 presidenti di regione e 21 esponenti della società civile che vengono temporaneamente cooptati dal Presidente della Repubblica per un mandato. Non vota il bilancio, non dà la fiducia ma concorre all'elezione del Presidente della Repubblica e dei rappresentanti europei".

Immaginare, perché questo è il verbo utilizzato dal sindaco di Firenze, non costa nulla, in fondo John Lennon nel suo capolavoro "Imagine" invitava a immaginare anche un mondo migliore. Il problema è che in Italia ipotizzare una simile rivoluzione, perché di rivoluzione si tratta, è inimmaginabile.

In primo luogo cerchiamo di mettere in chiaro in che maniera è possibile arrivare a una reale riforma del Senato. L’art. 138 della Costituzione recita che "Le leggi di revisione della Costituzione e le altre leggi costituzionali sono adottate da ciascuna Camera con due successive deliberazioni ad intervallo non minore di tre mesi, e sono approvate a maggioranza assoluta dei componenti di ciascuna Camera nella seconda votazione". A questo c’è da aggiungere l’eventualità in cui, una volta approvata, qualcuno possa decidere di ricorrere a un referendum popolare.

La questione della riforma del Senato risale, manco a dirlo, al 1947 quando i Costituenti dovettero dibattere a lungo sul destino da assegnare alla seconda Camera, su come avrebbe dovuto comporsi (se elettiva o di nomina) e sulle sue funzioni. In tanti invitarono i padri nobili della nascente Patria a non voler fare di Palazzo Madama un inutile doppione di Montecitorio; fatto sta che, alla fine, nonostante le critiche degli osservatori e di illustri costituzionalisti, si ebbe proprio questo risultato: un Senato elettivo, con gli stessi poteri della Camera e con l’aggiunta che, a differenza dei deputati che avevano durata quinquennale, i senatori avrebbero avuto il privilegio di essere eletti con un lasso di tempo di sei anni.

Il primo a voler tentare invano di realizzare una concreta riforma di Palazzo Madama, fu Enrico De Nicola nel 1950, soltanto tre anni dopo che i Costituenti ne avevano ufficializzato la sua sopravvivenza. Come è facile immaginare la questione non ebbe alcun esito e, in quella circostanza, don Luigi Sturzo, sulla pagine de La Stampa, il 26 maggio 1950 scriveva: "Il problema del Senato andrà riproposto a suo tempo nei termini costituzionali che merita, sia specificando meglio la funzione di tale istituto, sia precisandone, in tale rapporto, il carattere rappresentativo e i modi di nomina dei componenti".

Trascorsero sette anni, e nel 1957, le cronache parlamentari registrano una prima approvazione della riforma; naturalmente non parliamo di abolizione ma di incremento del numero dei senatori. L’Assemblea, infatti, votò in prima lettura l’aumento del numero dei laticlavi da 233 a 322; da ricordare che il numero dei parlamentari era legato all’andamento demografico della popolazione. Ma, alla fine, il progetto rimase tale.

Passarono altri sei anni e, nel 1963, si registrò un passaggio epocale. Con votazione quasi unanime (195 sì e 5 no), Palazzo Madama approvò definitivamente (quindi dopo la doppia lettura delle due Camere) il disegno di legge costituzionale che stabiliva il numero dei senatori in 315 (erano 243) e i deputati in 630 (erano 596), con la conseguente diminuzione della durata del mandato per Palazzo Madama equiparato a Montecitorio.

Da quel momento il nulla o quasi, fino a quando cioè, nel 1988, il presidente della Camera, Nilde Jotti, e il presidente del Senato, Giovanni Spadolini, si impegnarono, invano, a far partire un tentativo di riforma costituzionale, peccato che abortì sul nascere dal momento che non si riuscì a trovare un accordo su come procedere nemmeno tra i partiti della maggioranza.

Nell’estate del 1990 si ebbe anche una prima approvazione del bicameralismo a Palazzo Madama, ma che riguardava soltanto l’iter delle leggi e non certo l’abolizione della Camera Alta che ha continuato a rimanere immarcescibilmente viva e vegeta anche negli anni della Seconda Repubblica.

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