Se anche l'Italia ha bisogno di un Ministero della Solitudine

Introdotto in Gran Bretagna dal governo May servirebbe anche da noi. Contro la cultura che allontana disabili e depressi dai luoghi pubblici e dal lavoro

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Il premier britannico Theresa May - 13 gennaio 2018 – Credits: Leon Neal - WPA Pool / Getty Images

Marco Ventura

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Avremmo bisogno anche noi di un Ministero della Solitudine come quello istituito dal premier conservatore Theresa May in Gran Bretagna? L’altra faccia della solitudine sembra essere la Felicità e ci sono ministeri creati apposta in Paesi come gli Emirati arabi uniti e l’India. Strano, perché gli Emirati sono ricchi e in India il fatalismo disegna sul volto degli indiani, per le strade, un sorriso che prescinde dal conto in banca o dalle perfette condizioni igieniche.

Paradossalmente, ci sarebbe bisogno di un ministero della Felicità più nelle favelas brasiliane o nelle baraccopoli africane, ma basta guardare la gioia che brilla negli occhi di quei bambini di villaggi poveri quando giocano muovendo una ruota con un bastone, o spingendo un trabiccolo in miniatura fatto di tappi e barattoli, per capire che felicità e solitudine non dipendono dal censo.

E così, nella ricca Gran Bretagna si è sentita la necessità di creare una commissione per studiare la solitudine di tanti sudditi di Sua Maestà. A dirigerla era Jo Cox, la deputata laburista uccisa da un estremista pro-Brexit alla vigilia del referendum sull’uscita del Regno Unito dall’Unione europea. La May ha voluto rendere omaggio al lavoro della Cox e ha creato questo ministero improbabile.

A cosa serve

A che cosa servirà precisamente e in concreto, non è dato sapere dalle cronache dei giornali che si sono concentrati di più sulla suggestione della Solitudine da “governare”. Stephen Colbert, il comico e conduttore popolarissimo negli Stati Uniti con il suo “The last show with Stephen Colbert”, subentrato alla CBS al mitico David Letterman, ha sbeffeggiato e ironizzato sulla scelta della May, chiedendosi come si fa a stabilire che oltre 9 milioni di inglesi si sentono soli. “Scusi, lei si sente solo?”. E poi, sostiene Colbert che si tratta di una soluzione tipicamente britannica: alla più intima, ineffabile delle condizioni umane si dà la risposta più fredda e burocratica. Si chiede Colbert se a certe richieste di assistenza i funzionari risponderanno: “Ci dispiace, lei non è abbastanza solo”.

C’è pure chi ha chiamato in causa “Eleanor Rigby” dei Beatles, proprio sul prendersi cura delle persone sole. “Ah look at all the lonely people”.

La "solitudine" in Italia

In effetti la solitudine è una piaga, e spesso si accompagna alla depressione. Se 9 milioni di persone vivono “in stato di isolamento” nel Regno Unito (2 milioni da sole) e più di 200mila, soprattutto anziani, non vedono nessuno per settimane, da noi in 8,5 milioni vivono da soli, la metà concentrati al Nord. E il 12 per cento degli italiani non sa con chi confidarsi.

Ma il dato che al di là di suggestioni poetiche, visionarie o di comunicazione politica, nobilita la decisione di istituire un Ministero della Solitudine è quello economico e sanitario. Isolamento e depressione comportano disabilità reali. Il sistema del welfare dà assistenza a chi ha limitazioni e malattie “fisiche”.

Forse però non considera come dovrebbe la disabilità (che alla fine si traduce in malattie e più alta mortalità) dovuta alla solitudine e alla depressione che colpisce gli anziani come gli studenti (soprattutto in Gran Bretagna e nei sistemi competitivi). Con un danno economico per l’intera comunità, nel Regno Unito 2,5 miliardi di sterline persi da datori di lavoro, più l’incommensurabile impatto sul sistema sanitario.

La scelta importante e calcolata

Almeno, in Gran Bretagna il problema viene riconosciuto. E lo Stato corre ai ripari. In Italia, c’è un fervore incredibile di iniziative di volontariato ma una cultura che allontana i disabili dai luoghi pubblici e i depressi da studi, uffici e altri luoghi di lavoro. Insomma, c’è da sorridere per la decisione della May, ma un ministero della Solitudine lavorerebbe a tempo pieno anche da noi.
Alla fine una decisione non patetica. Una scelta calcolata.

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