Renzi alla guerra dei parrucconi

Snobbando il "manifesto" di Zagrebelsky e Rodotà, e attaccando Pietro Grasso sulla riforma del Senato, il premier ha mosso battaglia ai duri e puri. Ce la farà?

Matteo Renzi – Credits: Getty

Andrea Marcenaro

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"Io ho giurato sulla Costituzione, non su Stefano Rodotà e su Gustavo Zagrebelsky". Potete scommetterci la capoccia: se al posto di Matteo Renzi ci fosse stato il suo predecessore Pier Luigi Bersani, questa frase l’avreste letta col binocolo. Macché binocolo, nemmeno col telescopio l’avreste letta. Occhio. Questo non vuol dire che si possa serenamente scommettere la capoccia sulla certezza che il Partito democratico di Renzi rottamerà senza indugio il partito retrogrado e forcaiolo di cui i professori Rodotà e Zagrebelsky oggi rappresentano l’anima più saputa.

È forte, quel partito. E neanche troppo fantasma. Ha incarnato fino a ieri, e ahimè negli ultimi 20 anni, il piatto succulento che la sinistra dell’antiberlusconismo viscerale ha dato in pasto al suo popolo. Il Pci-Pds-Ds-Pd lo ha allevato, corteggiato, vezzeggiato, applaudito. Vi sono iscritti a vario titolo costituzionalisti, magistrati, sindacalisti, opinionisti, intellettuali, comici e teatranti.

Vi aderirono fino a ieri (l’oggi sembra più confuso) i Michele Santoro e le Lilli Gruber, i Michele Serra e gli Ezio Mauro, i Fabio Fazio e i Gad Lerner, i Marco Travaglio, i Corrado Formigli e tutta quella crema sinistrese, insomma, con le mani, i piedi e le coscienze ultrapulite. Erano quelli che il 25 aprile di ogni anno varavano la "nuova Resistenza" contro il Grande Satana di Arcore. Che provocarono, benedetti finora da un Pd sbandato, la lievitazione dei Cinque stelle e la quasi presa del potere del popolo tweet, email, facebook, disposto ad accendere roghi purché il supremo peccato, cioè l’inciucio col demonio Silvio Berlusconi, non venisse commesso.

Il nodo ora è venuto al pettine. Niente riforma del Senato, niente legge elettorale, niente cambiamenti alla Costituzione e che tutto vada retro, ha suonato l’intimazione leggera dei ragazzi-Zagrebelsky. Accompagnata da appelli contro il tiranno. E dall’imperativo categorico che la battaglia "contro i percorsi paralleli di Renzi e Berlusconi" diventi la nuova linea Maginot della democrazia. I Cinque stelle si sono entusiasticamente associati. Il presidente del Senato Pietro Grasso si è messo a disposizione, l’ala marciante della magistratura scorge nuovi orizzonti.

Se Renzi vuole liberare se stesso e la sinistra da tutto questo, ciò che è nel suo interesse e sembra nelle sue intenzioni, ha bisogno di un uovo di Pasqua con un caterpillar come sorpresa. La sua responsabilità è enorme. Il 22 luglio 2012, rispondendo a Sandra Bonsanti di Libertà e giustizia, Renzi così scrisse: "Voi volete sentirmi parlare di caimani e di pericoli per la democrazia. Non lo farò mai. Non riesco a star bene nei salotti in cui molti di voi stanno, nel confortevole rifugio di intellettuali di professione, nella riserva degli antiberlusconiani per vocazione. E se questo vorrà dire non far parte del club, vorrà dire che non sarò uno di voi".

Ma erano le primarie del Pd: dal governo è più difficile. La guerra dei "nuovi Buoni" è forte e dichiarata. Le trincee da cui Renzi opera pullulano di Rosy Bindi, Pippi Civati e Laure Puppato. Non troppi deputati stanno con lui, ancor meno senatori. Avrà bisogno di molta determinazione (oltreché di Berlusconi) se vorrà liberarsi di quella vecchia costola della sinistra parruccona, diventata femore per le colpe dei suoi.

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