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Renzi-Merkel: a Berlino va in scena la fine dell'Europa

Il presidente del Consiglio tenta di spingere sulla flessibilità. Il cancelliere pensa solo al proprio elettorato. Il resto è solo disgregazione

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Marco Ventura

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Ciascuno guarda al proprio orticello. Angela Merkel è sotto pressione della propria opinione pubblica dopo che a Colonia è naufragata la sua politica dell’accoglienza e la polizia ha dimostrato di non saper contrastare insulti, abusi e violenze degli immigrati verso le donne. E allora addio proclami di buonismo e addio abbattimento di muri e addio benvenuti i profughi dal Medio Oriente. Adesso, addirittura, la Germania di Angela sta mandando a carte quarantotto l’Europa di Schengen, ripristinando i controlli lungo le frontiere interne insieme ad altri cinque paesi nordici (inclusa la Francia).

Matteo Renzi va a Berlino non si sa perché. L’incontro era in programma e bisognava farlo? Ma il risultato non c’è.

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Renzi prova a tenere il punto della flessibilità, quando il problema è che tutte le caselle rilevanti per la politica economica europea sono appannaggio della Germania e dei suoi alleati e l’unica vera battaglia condotta per la nomina di un italiano ci ha regalato il pomposo alto rappresentante per la politica estera e di sicurezza della UE, Federica Mogherini, un’aliena rispetto ai dossier che contano, degradata fin dall’inizio da numero 2 della Commissione (qual era la britannica Lady Ashton, suo predecessore) a numero 3. Ininfluente.  

La Merkel ha gioco facile a rimandare alla Commissione, tutta nelle sue mani, per le decisioni che riguardano la “flessibilità” invocata da Renzi e dall’Italia. Il suo presidente, Jean-Claude Juncker, è notoriamente vicino a Berlino, e tutte le posizioni di potere sull’economia sono nordiche (tranne un francese). La Merkel dice: “Sulla flessibilità decide la Commissione, io non m’immischio”. Ovvio, la Commissione è lei.

E Renzi? Non si astiene dal punzecchiare Juncker. Prima sulla nomina a presidente della Commissione, sostenuta anche dal Pd nel Parlamento europeo ma condizionata all’appoggio alla flessibilità. La seconda sul computo dei fondi alla Turchia per i migranti: l’Italia attende le decisioni della Commissione, che certamente “avrà il tempo di occuparsene visto che ne dedica tanto alle conferenze stampa”, attacca Renzi. Schermaglie verbali. Boutade. Minacce un po’ da bullo pronunciate con la vocina di un Paese in difficoltà per il debito pubblico.

Che cosa intende Renzi? È pronto a far cadere Juncker? Certo che no.

Che pena, però. Che brutta Europa. Renzi avrebbe perfino ragione nel suo affondo contro Bruxelles e Berlino (a patto che avvii una vera spending review in Italia, che sarebbe la riforma delle riforme). Ma qual è il senso dell’incontro con la Merkel? Incomprensione, dissenso, retorica riproposizione di un’Europa “più unita e più forte” che non c’è, che anzi sta scivolando in una deriva di disintegrazione.

La Merkel bada al proprio elettorato, perciò insiste perché vengano versati 3 miliardi di euro alla Turchia in cambio del prendersi cura dei profughi siriani (ed evitare che raggiungano l’Europa del Nord attraverso i Balcani). Quando era l’Italia a lanciare l’allarme sui flussi nel Mediterraneo, il problema veniva ignorato. Anzi, c’era pure chi accusava il governo italiano di respingere i fuggiaschi in mare.

Adesso, invece, la Germania e i suoi alleati chiudono le frontiere interne, minando il principio di libera circolazione di Schengen. La Svezia vuole “deportare” (così avrebbero detto i media europei se la decisione fosse stata italiana) addirittura 80mila profughi arrivati nel 2015. Nel frattempo, l’accordo che imporrebbe ai Paesi europei di re-distribuire in Europa 160mila profughi accolti da Italia e Grecia ha finora riguardato numeri che dovrebbero far vergognare le capitali europee: nessuna onora il patto.

L’Europa è morta, questo è. Renzi e la Merkel a Berlino, senza sorriso, senza accordo, senza enfasi o respiro di futuro, sono la fotografia di un fallimento che ci condanna alla disgregazione. Il guaio è che noi italiani siamo i cocci, fragili ed esposti alle bizze narcisistiche e elettoralistiche di leader inadeguati.

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