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Esteri

Referendum per la Brexit: l'importanza per l'Unione Europea

Il parere che esprimeranno i britannici segnerà la già fragile Europa, tra nazionalismi e utopia unitaria. A rischio l'implosione definitiva

In Gran Bretagna s'interrogano ancora se restare in Europa e il referendum sulla Brexit si avvicina (il 23 giugno). Eppure nel vertice di Bruxelles al premier britannico David Cameron i partner europei hanno concesso tutto il possibile.

Il problema non è tanto la permanenza nell'Unione del Regno Unito, quanto la progressiva disgregazione e implosione dell'Europa che invece di procedere lungo il percorso della maggiore integrazione, verso il traguardo dell'unità, compie giganteschi passi indietro e si divide su tutto.

L'opinione pubblica dei singoli paesi è sempre più scettica riguardo alla prospettiva unitaria. A nord sono convinti (non del tutto a torto) che il fianco sud sia un ventre molle per l’economia e la sicurezza. Al contrario da sud guardano a nord con la livorosa convinzione d’esser maltrattati senza costrutto e senza giustizia.

L'Italia, insieme al Portogallo socialista, guida la rivolta contro l'austerità ritenendo che i vincoli di bilancio europei siano un freno alla crescita (ma non è così, il freno lo abbiamo tirato noi anni fa aumentando a dismisura il debito pubblico per finanziare clientele e corruzione, e il freno continua a esser tirato per la mancata revisione di spesa che dovrebbe tagliare gli sprechi e liberare le energie, soprattutto quelle dei giovani traditi dagli anziani).

Oggi è perfino riduttivo parlare di Europa a due velocità. L'Europa è un puzzle, una Babele, una giustapposizione di club, un'entità composita ma priva di visione unitaria e di una proiezione autorevole sulla scena globale.

C’è l’Europa di Schengen e quella fuori Schengen, c’è la mini-Schengen delle capitali che hanno restaurato controlli alle frontiere (Vienna, Berlino, Parigi…). C’è l’Europa dell’Eurozona e la mini Eurozona di quelli che vorrebbero creare un nucleo virtuoso all’interno della stessa area Euro. E c’è l’Europa delle monete nazionali. C’è il Nord Europa e il Sud Europa. C’è l’Est e l’Ovest. C’è l’Europa nella quale i rendimenti dei titoli di Stato salgono e quella in cui scendono.

C’è l’Europa dei gloriosi paesi fondatori e quella di chi si è aggregato. C’è l’Europa di chi aspira a farne parte, giù fino alla Turchia. Ci sono i Balcani, c’è la Mitteleuropa, il Mediterraneo, il blocco del Mare del Nord, gli euro-atlantici e gli euro-continentali, i filo-tedeschi, i filo-russi e gli “anti”. C’è l’Europa degli euroburocrati e della Banca centrale. L’Europa delle capitali e quella dei popoli.

In realtà, l’Europa non c’è e la Gran Bretagna è già fuori e ha conservato il diritto a restarci. E si parla ovunque senza remore, senza tabù, dell’uscita da quel che resta di una finzione unitaria, ragionando con disincanto delle possibili conseguenze. Se ne parla a Berlino come a Londra, a Roma come ad Atene. Pur avendo incamerato tutte le possibili concessioni, Cameron si trova a dover fronteggiare la rivolta dei suoi stessi ministri, e i collettori di sondaggi anche nei paesi tradizionalmente europeisti (com’era l’Italia) devono registrare un calo inesorabile di consensi alle ragioni unitarie.

Siamo tornati ai tempi delle utopie europeiste. Quel “sogno europeo” di cui son pieni i libri di storia e i trattati di relazioni internazionali appartiene soltanto alla mitologia di un continente che non ha mai saputo emergere dai nazionalismi né costruire un’identità forte seppure rispettosa delle differenze. Nel pericoloso limbo in cui oggi è intrappolata, l’Europa deve scegliere se tornare alle dialettiche nazionali o procedere nonostante tutto verso una maggiore integrazione. L’alternativa tra fare un passo avanti e uno indietro è precipitare.

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