Il processo ThyssenKrupp e Marco Pucci

L'ex dirigente dell'azienda rischia di essere l'unico a finire in carcere e solo perché "non poteva non sapere..."

Una squadra di Vigili del Fuoco ispeziona il reparto termico dell'acciaieria Thyssenkrupp a Torino dove il 6 dicembre 2007 sette operai morirono in un rogo – Credits: ANSA/ FRANCESCO DEL BO

Annalisa Chirico

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Sono passati più di sei anni da quel 6 dicembre 2007 quando un rogo nello stabilimento torinese di ThyssenKrupp provocò la morte di sette operai. Per Marco Pucci (consigliere delegato a marketing e vendita) quella data segna uno spartiacque nella sua vita, un punto di rottura perché ‘da quel giorno nulla è stato più come prima’. E il 2014 potrebbe essere un anno orribile, letteralmente, perché in primavera la Corte di Cassazione si esprimerà sulla condanna che pende sulla testa di Pucci come una spada di Damocle: i tredici anni e mezzo di reclusione decisi dal giudice di primo grado nel 2011 sono scesi in appello a sette. L’accusa è omicidio plurimo per colpa cosciente. Se il giudice di legittimità confermasse la pronuncia di secondo grado, per Pucci si aprirebbero le porte del carcere.

Il processo Thyssen è stato un processo tutto particolare. Impressionante il can can mediatico, la brama di vendetta per rendere una giustizia ‘esemplare’ alle sette vittime che restarono intrappolate nelle fiamme sulla linea cinque dell’acciaieria torinese di corso Regina Margherita. Un processo di primo grado celebrato a tamburi battenti con il pm Raffaele Guariniello che ottiene in primo grado una sentenza ‘storica’, unica a livello mondiale, ovvero il riconoscimento dell’omicidio volontario ‘con dolo eventuale’ per un incidente sul lavoro. Da qui la mega condanna al top manager Harald Espenhahn a sedici anni e mezzo di carcere. In appello i giudici sconfessano il teorema Guariniello eliminando il dolo, e condannano i dirigenti per omicidio colposo. Tuttavia il pm agita le condanne decennali al carcere come un trofeo: ‘Non ne sono mai stati dati tanti. E’ un messaggio alle imprese: devono fare prevenzione. Altrimenti arrivano condanne che non sono coperte dalla condizionale’.  

Se per il tedesco Espenhahn il carcere è un’ipotetica dell’irrealtà (mai rientrerebbe in Italia), per Pucci questo potrebbe essere stato l'ultimo Natale da uomo libero. ‘Se devo rinunciare a mia moglie, ai miei figli, alle passeggiate in montagna e al mio lavoro, voglio sapere qual è la mia colpa. E’ un mio diritto. E’ il prezzo che lo stato mi deve per prendersi la mia libertà’, è il grido disperato di un uomo che non si dà pace. ‘Nel 2007, quando è avvenuto quel tragico incidente, io lavoravo a Terni dove ero consigliere delegato per il settore marketing e commerciale. Non avevo mai messo piede nello stabilimento torinese, lo avevo visto solo in alcune fotografie pubblicate su brochure promozionali. Eppure sono stato condannato perché, secondo i giudici, non potevo non sapere’. Ecco, nel caso di Pucci nessuno si pone la domanda opposta, ovvero se in effetti lui potesse non sapere.

Dal processo emerge che lo stabilimento torinese è stato sottoposto nel tempo a numerose verifiche da parte di asl, Arpa, comitati tecnici regionali e commissioni ministeriali. Mai nessun ispettore ha segnalato irregolarità o difetti riconducibili alla valutazione del rischio. Neppure le organizzazioni sindacali hanno segnalato carenze in materia antinfortunistica. ‘Quella notte il nastro d’acciaio da lavorare è stato posizionato male così da sfregare contro la carpenteria. Quello sfregamento, raggiungendo gli accumuli di olio e carta che non si sarebbero mai dovuti trovare li', ha provocato l’incendio. Ma io che lavoravo a Terni e mi occupavo di marketing e vendite, che potevo saperne?’.

I familiari delle vittime sono stati risarciti, già nel 2008 è arrivato un primo indennizzo record di 12 milioni e 970 milioni di euro da parte della Thyssenkrupp. ‘Come si può ritenere che qualcuno tra gli imputati volesse distruggere quella fabbrica o, peggio ancora, uccidere quelle persone? Come può intravvedersi il dolo, seppur eventuale, o la colpa, a qualsiasi titolo, in tutto questo?’, domanda Pucci.  La sua unica speranza e' che in primavera la Cassazione a sezioni unite, presieduta dal primo presidente Santacroce, ribalti la condanna. Lo scorso novembre Thyssenkrupp è ritornata a Terni acquisendo l’Acciai Speciali Terni, di cui Pucci è primo amministratore delegato ternano. ‘Nonostante tutto, Thyssen ha scelto di credere ancora nell’Italia. E’ un rientro alla base che per noi può rappresentare una grande opportunità’. Non è detto che lei potrà seguire l'intero iter nei prossimi mesi. ‘Lo so bene, è un pensiero che mi assilla ogni giorno’.

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