Pier Luigi Bersani, uomo semplice

Uomo di partito, ministro delle liberalizzazioni. Il segretario che ha già rottamato il Pd - Bersani colpito da malore: gli aggiornamenti - La fotostoria - La maledizione

Il comizio di Pierluigi Bersani in piazza della stazione a Porto San Giorgio, durante il tour nelle marche, 16 novembre 2012 Credits: (ANSA/CRISTIANO CHIODI)

Carmelo Caruso

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Dite alla Gelmini di non rompere i coglioni”. Ecco, se proprio si volesse trovare un Pierluigi Bersani meno macchietta consacrata alla satira da Maurizio Crozza e più “di sinistra”, si può far riferimento all’unica volta in cui il segretario andò sopra le righe facendo letteralmente impazzire (di gioia) gli studenti che protestavano contro l’ex ministro della Pubblica Istruzione, Maria Stella Gelmini.

Era il 22 maggio del 2010 quando il candidato alle primarie del centrosinistra, alla fiera di Roma, celebrava i “professori eroi” a scapito della suddetta Gelmini che raccoglieva, pensate un po’, la solidarietà di Italo Bocchino che tacciava il buon Bersani di essere “poco educato”, addirittura da “cinque in condotta” per Isabella Bertolini che lo paragonò a un “bullo”.

Bullo Bersani? Ma va! Basti dire che da piccolo faceva il chierichetto, per inciso con tanto di protesta contro Don Vincenzo che non distribuiva gli oboli in chiesa nota Enrico Deaglio.

Bettola è la sua culla, l’Emilia l’educazione sentimentale, la pompa di benzina, beh, quella una trovata da spin doctor con tanto di nostalgia e cuore. Anche se Bersani, sessant’uno anni fa, in quella pompa dovette imparare a essere comunista, le mani insudiciate di benzina, l’odore di nafta e il freddo che gonfia i polpastrelli, roba da educandato comunista per necessità.  

Quindi non c’è stato bisogno di ferrovie (vedi Leopolda, di Renzi Matteo) per trovare il plot delle sue primarie, con tanto di manifesto di Jack Vettriano che fa molto “Sulla Strada”, in versione Emilia, tra salsalmenterie, impegno gucciniano, cooperative, la California dell’Italia sovietica.

La carriera del militante l’ha fatta tutta (come piacerebbe a Enrico Berlinguer ndr), prima vicepresidente della comunità montana piacentina, poi consigliere regionale nel 1980, assessore regionale, vicepresidente, fino a farsi eleggere presidente di Regione nel 1993 e poi ministro con Romano Prodi (Industria), con D’Alema (Trasporti) europarlamentare, per tornare ministro, sempre con il ciclista Prodi nel 2008, ma allo Sviluppo Economico che diventerà il ministero delle “lenzuolate”. Contro di lui hanno scioperato i tassisti, i farmacisti, (chissà se lo voteranno alle primarie), da par suo ha incassato il pieno sostegno delle moglie, farmacista, Daniela Ferrari, che si trovava in perfetta sintonia con il marito.

Comunista o liberista? Comunista lo è, gli manca solo il viaggio a Mosca, ma negli anni ’70 ha fondato pure una cellula di Avanguardia Operaia. I monopoli di Stato, paradosso vuole che li abbia smantellati proprio lui; le liberalizzazione, avviate sempre Bersani.

Oddio, e chi ci pensa ai cattolici? E adesso non si sa quanto sia stata voluta, programmata, ma al confronto all’americana con i candidati di centrosinistra andato in onda su Sky, Bersani, non solo accalora i cattolici, ma detto in maniera faceta, li “accarezza”, proprio citando nel suo pantheon Papa Giovanni XXIII, il Papa buono.

Non si dica che sia solo strategia, prova ne è di una sua sensibilità verso il sacro, la tesi di laurea in filosofia su Gregorio Magno e poi la partecipazione a un congresso di Comunione e Liberazione in cui adotta gli ideali di Don Giussani per rifondare la sua sinistra (“perché la sinistra non nasce dal bolscevismo, ma delle cooperative bianche…”).

Peccato che la segreteria del Pd l’abbia conquistata proprio per il suo essere di sinistra dopo il gran rifiuto di Waler Veltroni, la transizione di Dario Franceschini (che lo sfidò) al grido: “Voglio un partito pesante”, che faceva da controcanto al partito leggero dell’ex sindaco di Roma “I care”.

Altro ossimoro: sostenuto dalla nomenklatura di partito, ma alla fine circondato dai giovani turchi che ha voluto alla sua sinistra, Matteo Orfini, Stefano Fassina, Andrea Orlando fino alla vicesindaco di Vicenza, Alessandra Moretti che lo ha paragonato a Cary Grant (sic!).

Ha conciliato vecchio e nuovo e qui viene in aiuto il saggio di Antonio Funiciello “A vita!”, dove si sottolinea come con Bersani segretario, il Pd abbia riportato negli organi, proprio quei dirigenti cinquantenni della retroguardia Ds.

Segretario dal toscano sulle labbra (tanto da prendersi il rimprovero del sindaco di Salerno, Vincenzo De Luca: “E levati sto sigaro da bocca”), e forse unico caso in cui il politico deve parte del suo successo al comico che lo interpreta (faceva notare il sociologo Ilvo Diamanti), quel Maurizio Crozza che ne ha inventato la lingua bersaniana con improbabili metafore al limite della comprensione.

E invece chi ti spunta a guastare tutto? Un pargolo democristiano che ti vuole rottamare. Sfidato da Renzi, accusato di vetustà, (al punto che il settimanale Chi, faceva notare come il padre di Renzi abbia la stessa età di Bersani), il segretario passa per l’uomo dello statuto, della burocrazia come cespite da far pagare al duellante pieno di coraggio.

Eppure è Bersani che deroga lo statuto per ammettere Renzi (certo, ci mette come obbligo la preregistrazione), accetta lo scontro a cinque con gli altri competitor, perdendolo dal punto di vista televisivo, ma spuntandola forse nella fiducia.

E non a caso l’appello di Bersani, è un appello alla semplicità, all’uomo budino alla Francois Hollande.

Dice che vuole rivedere la legge Fornero (ma solo in parte), varare una nuova legge anticorruzione (dolori), ridurre il finanziamento pubblico ai partiti (ma non eliminarlo, Grillo tié), dare la cittadinanza ai figli degli immigrati e dolce di mediazione: mettere in comune Nichi Vendola e Pierferdinando Casini, roba da teologia della liberazione.

A proposito a Beppe Grillo ha dato del fascista (per il linguaggio, s’intende) a Matteo Renzi ha fatto notare che c’è qualcosa di moralmente sbagliato ad accettare il sostegno di David Serra “un bandito tra virgolette”, finanziere che opera alle Cayman.

Intanto per non dare adito alla rottamazione, non ha concesso deroghe per nessuno al costo di sacrificare non un deputato, ma un simbolo, un mausoleo come Massimo D’Alema e poi Walter Veltroni, Anna Finocchiaro, Rosy Bindi etc..

E se il vero rottamatore fosse Bersani? Lui si paragona al vecchio “Burka” in realtà si chiama Sergej Bubka, l’atleta recordman nel salto con l'asta, all’età di quarant’anni abbatteva qualsiasi i record. Renzi per tutta risposta lo paragona a Dorando Petri: “Maratoneta che alla fine della corsa arriva stremato, così stremato che potrebbe perdere”, dimenticando però che la benzina per il camper, alla fine pur sempre da Bersani bisogna andarla a prendere…

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