Quanta ignoranza nel no ai corsi solo in inglese al Politecnico di Milano

La difesa della lingua non può coincidere con l’oscurantismo scandaloso, inaccettabile, anacronistico, di chi respinge la modernità

Politecnico di Milano

Il Politecnico di Milano – Credits: iStock

Marco Ventura

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Quindi è ufficiale. Il Politecnico di Milano non può tenere corsi per il dottorato esclusivamente in inglese. La magistratura amministrativa, coi suoi tempi da era geologica, ha impiegato anni per arrivare a una decisione definitiva.

La nobile Accademia della Crusca gioisce perché, sostiene, è stato sventato il “colpo di mano contro la lingua”. La notizia, per la verità, non ha invaso più di tanto i giornali come avrebbe meritato. Eppure, si tratta di una di quelle decisioni che dimostrano la tragica arretratezza culturale del nostro Paese, incapace di adeguarsi alle forme nuove della competizione globale, a un mondo che è cambiato ormai da tanti anni e che esige soprattutto dal vecchio continente di tenersi al passo. Incapace di venire incontro alle esigenze drammatiche, stringenti, dei nostri giovani costretti a fuggire dall’Italia se vogliono crescere e affermarsi.

La difesa della lingua

Che cosa c’entra il divieto di corsi esclusivi in inglese dopo la laurea triennale con la difesa dell’italiano? Piuttosto c’è da chiedersi a che cosa serva ormai l’Accademia della Crusca, visto che la nostra lingua è umiliata e stravolta ogni giorno senza che gli “accademici della Crusca” siano mai riusciti a porre un freno al declino linguistico.

Perfino un Paese così geloso della propria identità nazionale e della propria lingua come la Francia, dove il computer non viene chiamato computer ma “ordinateur”, nelle Università riserva agli studenti francesi e di tutto il mondo corsi esclusivi in inglese.

Chi oggi, a certi livelli di formazione, non è in grado di dialogare coi propri colleghi e “concorrenti” di altri Paesi nella lingua che tutti usano e conoscono, è tagliato fuori dalla ricerca e dagli scambi culturali.

E allora non c’è da lamentarsi che i nostri atenei appaiano in fondo alle classifiche (“rating”), non solo o non tanto per la scarsità di offerta didattica, quanto per l’auto-esclusione dai circuiti di valutazione riconosciuti internazionalmente.

Non c’è da lamentarsi che i nostri studenti più intraprendenti siano costretti spesso ad abbandonare l’Italia per entrare in un mercato della cultura e della ricerca più vasto, nel quale potranno portare la forza e la bellezza della nostra qualità nazionale.

Non c’è da stupirsi che i migliori studenti stranieri non vengano in Italia, in assenza di un’offerta nella “lingua di tutti” capace di valorizzarne i meriti al di là delle barriere linguistiche, e con la conseguenza che i nostri istituti non potranno assorbirne la positiva diversità.

La stupida guerra alla cultura globale

La difesa dell’italiano non passa attraverso la guerra alla cultura globale. Non passa attraverso la mortificazione delle opportunità per i nostri giovani, e di crescita per i nostri atenei.

La difesa della lingua non può coincidere con l’oscurantismo scandaloso, inaccettabile, anacronistico, di chi respinge la modernità. Assurdo che ancora una volta debba essere la magistratura a fare “politica culturale”. Certo, l’autonomia delle Università incontra ora un limite clamoroso, che le esclude dalla parità di scambi con altri atenei dello stesso livello. Certo, c’è da chiedersi se quel centinaio di professori che hanno fatto ricorso contro la decisione del Politecnico siano davvero consapevoli del significato che la sentenza a loro favore può avere per gli studenti italiani, per l’Università italiana, per la cultura italiana.

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