I due marò e la solite parole del ministro Pinotti

Latorre e Girone hanno ricevuto la visita del ministro della difesa che ha raccontato la solita litania dell'impegno del governo. Che non porta a nulla

Il ministro della difesa Pinotti in Afghanistan dopo aver incontrato i due marò – Credits: Ansa / Ufficio Stampa Esercito

Marco Ventura

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Passaggio in India. Non è un film. È la didascalia che potremmo scrivere per lo scalo indiano del ministro della Difesa, Roberta Pinotti, di ritorno in Italia dall’Afghanistan, a Delhi per incontrare/coccolare i marò e segnalare che il governo non si è dimenticato di loro.

A oltre due anni dall’arresto, nel mezzo di un prigionia in India che sembra non aver fine, Massimiliano Latorre e Salvatore Girone aspettano ancora un processo che non arriva e non è giusto (nel febbraio 2012, in servizio anti-pirateria in nome e per conto dell’Italia, quindi coperti dall’immunità di funzione, spararono in alto mare sui marinai di un peschereccio del Kerala scambiati per pirati: morirono il timoniere e il comandante). Da allora i nostri marò sono forse gli unici militari in missione all’estero proditoriamente catturati e detenuti in un paese straniero da anni senza processo (e senza la formalizzazione dell’accusa). Robe che non dovrebbero succedere neppure ai militari del Burundi. 

Matteo Renzi, dopo un lungo silenzio, ha detto in una recente conferenza stampa poche parole “renziane”, ottimiste. Facili. “Non solo non ci siamo dimenticati ma auspichiamo che con il nuovo governo indiano, un governo amico, si abbia nelle prossime settimane o giorni la possibilità di affrontare insieme questa vicenda e recuperarla a una dimensione di collaborazione nel rispetto dei trattati e delle regole internazionali”.

Intanto la routine dei “prigionieri d’oro” nell’ambasciata d’Italia a Delhi va avanti come sempre. Lavorano, ricevono nelle feste comandate le famiglie. Sognano il mare della Puglia. Sognano di tornare a fare il loro vero lavoro di fucilieri di Marina del San Marco. Continuano a confidare nel governo che prima era quello di Monti, poi di Letta, ora di Renzi (ma nulla è cambiato), con le famiglie combattute tra la voglia pazzesca di protestare e la convinzione che comunque l’esecutivo stia facendo quanto è possibile, quindi è meglio tenere un profilo basso. Da buone famiglie di militari. Istituzionali fino in fondo.

Ma il tempo passa e nulla si muove. Ogni giorno uno schiaffo per l’Italia. Gli ultimi: il rinvio al 14 ottobre dell’udienza nel processo  davanti a una corte speciale per “indisposizione” del giudice, il rinnovo della garanzia sulla cauzione, e la richiesta di rimborso di 400 euro per sistemare una siepe rovinata dai panni stesi dei marò inoltrata dall’ambasciata d’Italia al ministero della Difesa italiano. Ogni giorno che passa una violazione del principio fondamentale per cui un militare in missione deve rispondere alle leggi del proprio paese se sospettato d’aver commesso un crimine.

I nostri due marò spararono sul peschereccio indiano ma non è neanche sicuro che siano stati i loro proiettili a uccidere, non quelli degli altri 4 commilitoni sulla “Enrica Lexie”. Ancora la giustizia indiana deve stabilire, dopo oltre due anni dal fatto, se sia competente la NIA, cioè la National Investigation Agency, nell’istruire l’accusa sulla base della legge anti-pirateria e anti-terrorismo (peraltro già esclusa dalla Corte Suprema). E dopo che negli ultimi mesi il governo italiano ha puntato decisamente sulla prospettiva di un arbitrato internazionale, oggi anche quella strada sembra preclusa. Il punto è che le famose “note verbali” con cui l’Italia ha tentato di spostare l’affaire sul piano di un giudizio internazionale al di sopra delle parti (il famoso “arbitrato”) non hanno avuto riscontro e quindi non sembra che il “governo amico” voglia risolvere il problema. 

Latorre e Girone chi? In fondo, ci sono solo due marò prigionieri, mica due marines americani o due legionari francesi o due desert rats britannici.

Ci sono due simpatici fucilieri di Marina italiani, in rappresentanza di un paese che conta sempre di meno, che delega ai diplomatici le questioni politiche, che mostra volentieri l’altra guancia e non ha più onore, dignità nazionale, orgoglio. E la strada dell’arbitrato internazionale, su cui con proclami altisonanti il governo Renzi ha voluto puntare nei mesi scorsi, sembra tramontata.

Velleitaria è pure la speranza che conti qualcosa la promozione dell’ex avvocato indiano dei marò, Mukul Rohatgi, come nuovo procuratore generale indiano. Tutto è demandato alla magnanimità del “governo amico” di Narendra Modi, nazionalista indù che ha ben altre priorità. I marò non lo sono. I marò possono aspettare. L’Italia di Renzi può aspettare.

Se questo è il contesto, il “passaggio in India” di Roberta Pinotti per un incontro coi marò definito “privato” solo per non irritare i carcerieri, semplicemente non ha senso. Massimiliano e Salvatore non avevano alcun bisogno di stringere un’altra mano di ministro e sentirsi raccontare la solita tiritera. In India si va per riprendere i marò e riportarli a casa. Non per aspettare insieme Godot.

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