Marò, le quattro riflessioni che nessuno ha mai fatto

Il destino di Massimiliano Latorre e Salvatore Girone è appeso a un filo che, purtroppo, manovra solo l'India

Da sinistra, Salvatore Girone e Massimiliano Latorre – Credits: VINCENZO PINTO/AFP/Getty Images

Maria Torre

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Sul caso dei due fanti di marina Massimiliano Latorre e Salvatore Girone è stato scritto di tutto. Si è parlato di improbabili navi greche in transito, di sparatorie tra pescatori indiani e dello Sri Lanka, di intrighi internazionali vari. Ma quel giorno di febbraio, il 15, gli spari ci sono stati, sono avvenuti fuori dal mare territoriale indiano e due pescatori indiani sono morti. Questi sono gli unici dati di fatto assolutamente certi sull'origine di questa triste e vergognosa vicenda.

Da quel momento ricostruzioni più o meno fantasiose e non sempre supportate da prove inequivocabili, complice una gestione politica non sempre pragmatica e trasparente, hanno portato al consolidamento del pasticcio attuale. Cerchiamo però, per una volta, di analizzare i fatti dal punto di vista dell'India. Scoprendo come l'ingenuità con cui il governo ha interagito con questo paese ci abbia messo nei guai. Quale che sia la verità degli eventi, infatti, il risultato di questo processo, di cui era stata promessa la rapidità ma che sembra interminabile, dipenderà certamente più dalla politica che dalle perizie balistiche o dalla raccolta di prove (anche perché, non dimentichiamolo, il barcone dei pescatori è stato colato a picco).

La partita che si sta giocando in India è pressoché inintelligibile, anche perché si svolge su piani sovrapposti che riflettono la complessità e la diversità di questo paese.

1) C'è il piano della politica locale del Kerala. Le due vittime, come sappiamo, erano pescatori, e i pescatori sono una componente fondamentale della società di questo stato. Sono fra i più poveri ma sono anche fra i più numerosi dei suoi abitanti. Influenzano perciò la politica: non dimentichiamoci che, benché imperfetta, l'India è pur sempre una democrazia in cui conta il numero di voti.

2) Ci sono poi i rapporti fra le autorità periferiche e quelle centrali. Avocare il processo a New Delhi è sicuramente stato un bene per i nostri due fanti. Dopo l'incidente hanno rischiato il linciaggio e sono stati detenuti nelle misere galere dell'India meridionale; ora stanno nell'Ambasciata d'Italia dove nessun indiano potrà torcere loro un capello. Per il governo del Kerala, però, questo trasferimento è stato uno schiaffo alle proprie prerogative, avvenuto in una fase storica in cui l'autonomismo da quelle parti va di moda.

3) Meritano di essere menzionati anche i giochi di potere a Delhi, con la sfida sotterranea tra il Ministero della Difesa, la Polizia federale e la diplomazia indiana, impegnati ad utilizzare questo caso per affermare reciprocamente il proprio peso specifico. Alle spalle di questo gioco c'è poi la partita più grossa, quella che vede protagonista Sonia Gandhi, Presidente del Partito del Congresso, la formazione politica di maggioranza che le ha impedito di ricoprire l'incarico di Primo Ministro dopo la vittoria alle ultime elezioni proprio in virtù del suo passato italiano. E con un figlio, Rahul, che "da italiano" lotta ora per la stessa poltrona. Ogni loro mossa in favore dei marò sarebbe enormemente amplificata nell'agone politico. E l'anno prossimo ci sono le elezioni.

4) Infine, c'è il ruolo internazionale dell'India. Il paese da decenni tenta, a volte anche in maniera scomposta, di imporsi come protagonista globale, ma soffre dei limiti derivanti dalla sua arretratezza economica. Fare la voce grossa in un caso come questo è strumentale alla voglia di comportarsi da grande potenza -e da quella parti non sarà parso vero ritrovarsi di fronte un paese occidentale pronto a spedire i suoi soldati in una prigione straniera, quali che fossero la ragione e il torto in questa vicenda. Non solo, agli statisti indiani non sarà certo sfuggito che il caso dei marò avrebbe permesso loro di riaffermare le proprie posizioni di reclamo della sovranità anche su zone di mare su cui questa non dovrebbe estendersi in base al diritto internazionale.  

Tutto questo, ovviamente, non significa che in Italia non siano stati commessi errori. Anzi, quello più grosso è stato proprio quello di dare la priorità a miopi interessi di politica interna, relegando l'unico vero interlocutore con cui l'esecutivo avrebbe dovuto confrontarsi ad una posizione di secondo piano. Finendo così, in quel vergognoso pomeriggio di gennaio, col lasciare il manico del coltello agli indiani. Perché da quel momento (e questo, purtroppo, nessuno può più smentirlo) non abbiamo più mosse a disposizione. E il destino di Latorre e Girone, loro malgrado, è oggi soltanto nelle mani di New Delhi.  

 
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