La Serracchiani e lo stupro: ma che c'entrano destra e sinistra?

Le parole del governatore friulano sono state strumentalizzate a fini politici in un cliché che non ha senso di esistere

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Il presidente del Friuli-Venezia Giulia Debora Serracchiani - Roma, 27 marzo 2017 – Credits: ANSA/ ANGELO CARCONI

Marco Ventura

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"È evidente che la gente non è seria quando parla di sinistra o destra". Bisognerebbe spillarle sulla parete, in tutte le stanze di partito e in tutte le redazioni dei giornali, quelle parole di buon senso ma proprio per questo anarchiche di Giorgio Gaber.

Cos’è la destra, cos’è la sinistra. Fare il bagno nella vasca è di destra, fare la doccia di sinistra. Il pacchetto di Marlboro è di destra, di contrabbando di sinistra. La minestrina di destra, il minestrone di sinistra. I blue-jeans di sinistra, con la giacca virano a destra. Il culatello è di destra, la mortadella di sinistra. "Destra-sinistra basta!", chiudeva il refrain finale di Gaber. La sua conclusione? Malgrado tutto, le ideologie non sono morte.

Ma tra le finte contrapposizioni che Gaber elencava con quella sua ironia controcorrente, ce n’è una che suona più verosimile e attuale delle altre. “Il vecchio moralismo è di sinistra, la mancanza di morale è di destra”.

Specie se a "moralismo" sostituiamo "politicamente corretto". Che ovviamente è di sinistra. Tutte le volte che qualcuno viola il "politicamente corretto", viene subito arruolato nella "destra". È successo questo alla governatrice del Friuli, Debora Serracchiani, rea di avere introdotto l’aggravante morale e politica dello stupro, "più inaccettabile" se a commetterlo è un richiedente asilo.

Per essere precisi, la Serracchiani sostiene che quell’atto "sempre odioso e schifoso" che è la violenza contro una donna, risulta però "moralmente e socialmente più inaccettabile quando è ottenuta da chi chiede e ottiene accoglienza nel nostro paese". E giù valanghe d’accuse, soprattutto dalla sinistra a cui la Serracchiani in teoria appartiene. "Solo parole di buon senso", si difende lei.

E spiega come quel gesto sempre ignobile indigni ancora di più in un rifugiato, perché tradisce la fiducia e ospitalità della comunità che lo ha accolto e crea un vulnus anche agli altri richiedenti asilo che da quel comportamento di uno di loro risultano ingiustamente macchiati e penalizzati.

In fondo, l’indignazione dell’opinione pubblica europea nel caso delle molestie di massa in Germania con protagonisti molti immigrati aveva lo stesso movente e appariva naturale.

Nota bene: l’ospitalità è un dovere tradizionale soprattutto nei paesi dai quali i profughi provengono. Quella violenza è quindi un tradimento anche verso la propria cultura.

Lo scandalo della violenza sulle donne si interseca col fattore politico dell’accoglienza dei migranti. E qui sorge il problema. Che è strumentale.
L’errore della Serracchiani è stato quello di confondere le due cose, dando un giudizio di merito su un atto, un crimine, che è inaccettabile in modo assoluto e semmai si presta a aggravanti che nascono non da posizioni di debolezza quale potrebbe essere la condizione di rifugiato, ma da posizioni di forza (e quindi abuso) come le violenze di un capufficio o di un capo famiglia.

L’errore invece di quelli che a destra come a sinistra sono intervenuti per condannare o arruolare la Serracchiani consiste nello strumentalizzare le sue “parole di buon senso”, inserendole in un cliché destra-sinistra che già Gaber aveva smascherato come “colpa”. Un cliché al quale dire “basta”.

Quel cliché è sia di sinistra (Saviano invita la Serracchiani a candidarsi con la Lega), sia di destra (Salvini giustifica il suo “non sentirsi di destra” dicendo che quelle parole lui non le avrebbe mai pronunciate).

Morale: è evidente che la gente non è seria quando parla di sinistra o destra.
Destra-sinistra, sinistra-destra… Basta!

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