Il ruolo di Francia e Germania nell'Europa del futuro

L'Economist elogia Emmanuel Macron. Ma nulla cambierà: la Germania resterà leader e la Francia di Macron mostrerà di essere poco più di un bluff

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Il presidente francese Emmanuel Macron e il cancelliere tedesco Angela Merkel - 28 agosto 2017 – Credits: LUDOVIC MARIN/AFP/Getty Images

Marco Ventura

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Non cambierà nulla. L’Europa continuerà a essere un’entità ibrida, con un direttorio intergovernativo nel quale faranno la parte del leone pochi paesi e in particolare uno: la Germania.

Adesso tutti a dire che Angela Merkel ha perso mordente, è indebolita dopo il voto che l’ha costretta a cedere alla destra di Alternativa per la Germania una parte dei suoi elettori e perdere circa 8 punti percentuali nelle ultime elezioni.

Adesso tutti a osannare la leadership europea di Emmanuel Macron, presidente francese. A dispetto del calo di consensi interno. L’Economist gli dedica la copertina dal titolo “nuovo ordine europeo”, con tanto di editoriale in cui si lo descrive come “dinamico” e gli si riconosce l’abilità di aver fatto approvare la riforma del lavoro nonostante il tradizionale immobilismo francese; e Angela Merkel invece viene dipinta come “diminuita” nel potere in Germania e Europa.

Le aspettative su Macron

Macron? “È formidabile”, scrive l’Economist. E gli dedica un inserto-dossier. Apertura di credito da parte del mondo intellettuale anglosassone, quasi una scommessa nella capacità del neo-presidente di fare quello che tutti i suoi predecessori non sono riusciti a realizzare: la grande riforma.

Un programma di riforme dell’economia e della società francesi sul fronte del welfare e del lavoro, che rimetta la Francia al passo con la Germania che le riforme le ha fatte molti anni fa grazie al cancelliere della SPD che ha pagato il suo riformismo con la bocciatura elettorale (Schroeder).

Eppure, davvero Macron è il nuovo astro capace di restaurare i fasti degli anni in cui l’Europa era governata dal duo Mitterrand-Kohl, dall’asse tra Parigi e Berlino e non c’era ancora l’allargamento e non c’era il populismo dei movimenti che dall’Ungheria alla Francia minano le fondamenta stesse dell’Unione?

L’editoriale dell’Economist elogia Macron per la riforma del lavoro. Ma evita accuratamente di citare il riflesso protezionista che ha portato alla nazionalizzazione temporanea dei cantieri navali STX destinati all’italiana Fincantieri.

Le fratture in Europa

Intanto la Gran Bretagna, paese-alfiere di libertà economica e sociale, lascia l’Europa in obbedienza a un voto popolare che se oggi fosse ripetuto darebbe probabilmente un risultato opposto. E come se ne va il Regno Unito, così le pulsioni separatiste alimentano la politica interna dei singoli Stati.

Come in Spagna: la Catalogna scommette su quel referendum che innescherebbe la “legge di disconnessione”, in pratica un percorso di più o meno graduale distacco dal potere centrale di Madrid. Prospettiva ancora remota, nonostante il milione di indipendentisti catalani in piazza e il referendum fai-da-te celebrato alla bell’e meglio con vittoria scontata dei Sì (perché i No hanno disertato le urne raffazzonate).

Come la Catalogna, anche la Scozia, la Bretagna, le Fiandre, persino il Lombardo-Veneto in misura inferiore, ambiscono a una propria indipendenza. Quasi ovunque, gli ingredienti e le forme espressive per così dire dello scontro tra centro e periferia (ricca) spaziano dalle rivendicazioni fiscali al tifo calcistico. E l’Europa stessa rischia la disintegrazione, un’implosione che a livelli alti già ha preso corpo con la Brexit.

Il fatto è che neppure Macron è il leader che potrà davvero rivoluzionare la storia europea. I riflessi condizionati “macroniani” restano quelli della Francia sovranista e dirigista. Non c’è speranza per una Europa che sia soggetto internazionale all’altezza, in quanto tale, di USA e Cina.

Il ruolo da leader della Germania

Angela Merkel continuerà a essere la leader naturale di un continente nel quale alla fine conta non solo la costanza e coerenza della guida, ma anche la forza del Paese. Che si misura sull’efficacia del sistema politico (Macron conta solo grazie a un sistema elettorale e istituzionale che concentra il potere, ma il sistema-Paese della Francia resta malato) e di quello reale dell’economia (e la Germania resta al timone, solida e insuperabile).

Quanto all’Italia, difficilmente potrà esercitare qualche ruolo di peso e rilevanza politica. Almeno finché libere elezioni non promuoveranno un leader che abbia una reale investitura popolare. Berlusconi, a dispetto delle vicissitudini giudiziarie e personali, era un leader riconosciuto come tale dagli altri leader. E il peso del Paese era maggiore di quanto non sia adesso che a governare, negli ultimi anni, è stata una sequela di capi di governo privi di legittimazione popolare.

Perché non cambierà nulla

Non cambierà nulla in Europa. La Germania continuerà a essere il vagone di testa, il motore dell’Unione. La Francia “formidabile” di Macron non potrà che sgonfiarsi perché il Paese resta malato (per quanto con l’uscita del Regno Unito la Francia sia l’unico Paese, in Europa, a sedere come membro permanente nel Consiglio di sicurezza dell’ONU e, soprattutto, a possedere l’arma nucleare).

E l’Italia continuerà a essere, in quanto Stato, una comparsa. A valere solo per quello che gli italiani, i singoli italiani alla conquista del mondo come imprenditori scienziati artisti sanno e sapranno fare. Dall’America all’Asia.

In sintesi: niente secessione per la Catalogna, niente rivoluzione in Europa, niente primavera per l’Italia, mentre la Germania della Merkel resta leader e la Francia di Macron è poco più di un bluff.  

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