Marco Ventura

-

Giovanni Falcone e Paolo Borsellino, venticinque anni dopo. Cento chili di tritolo a Capaci contro Falcone che si preparava a diventare il Super-procuratore antimafia, già bersagliato da sinistra perché collaborava col governo a guida socialista e aveva accettato di fare il direttore generale al ministero con Claudio Martelli Guardasigilli (quella sinistra che invece lo aveva difeso ai tempi in cui il Csm, Consiglio superiore della magistratura, deliberava contro di lui sulla nomina all’ufficio istruzione di Palermo).

Poi Borsellino, l’amico e collega che non apparteneva ad alcuna conventicola correntizia o di partito ma che dopo Capaci (23 maggio 1992) parlava di sé come di “un morto che cammina” e infatti sarebbe saltato in aria con tutta la scorta in Via d’Amelio, sotto casa della madre, il 19 luglio dello stesso anno.


Che cosa resta di quella stagione di sangue? Resta l’intuizione di Falcone che la chiave in grado di scardinare il bunker mafioso sono i soldi: follow the money. Segui il denaro. Oggi quella scia di banconote non è limitata al Mezzogiorno d’Italia ma porta dritto verso Nord e non è più tanto Cosa Nostra a guidare i balli ma la ‘ndrangheta, mentre la camorra imperversa nel Napoletano.

Resta, anche, la diversità di Falcone. La sua testardaggine nell’opporsi ai processi politici, alla facile scorciatoia che porta ai livelli superiori senza riscontri, senza prove, ma solo per determinazione ideologica. Niente di più lontano dalla sua idea di “magistratura”, quella dell’impegno politico delle toghe. Il magistrato è un servitore dello Stato che indaga cercando riscontri, non mosso da finalità politiche ma dallo “spirito di servizio”. E anche la sua idea di coraggio è una forma di coraggiosa rassegnazione. Lo spirito di servizio è uno status che il magistrato deve onorare perché non può fare diversamente. A costo della vita. L’eroismo, in fondo, è questo. La vita che ti mette alla prova. E gli uomini veri si rivelano così.

Per questo dobbiamo ancora tantissimo a Falcone e Borsellino, perché il loro esempio vale per chi combatte la mafia ma in generale per tutti coloro che si trovano a svolgere un compito, espletare un dovere, e lo portano a compimento senza deflettere, senza arrendersi. Il magistrato anti-mafia come qualsiasi funzionario dello Stato. Fuori dalle contaminazioni della politica o dalle tentazioni del potere che corrompe. Senza compromessi con la coscienza.

Poi c’è Palermo, ovviamente. E una mentalità che non muore. Mi trovo a Palermo in questo momento, e i tassisti della città ne sanno una più del diavolo, specialmente se dicono di essere (e chissà se poi sono) parenti di boss in carcere da decenni. Come quell’autista che parlandomi definisce “una buffonata” le commemorazioni pubbliche dei 25 anni dalle stragi di Capaci e Via d’Amelio. Che dice di insegnare alla figlia che “chi fa la spia non è figlio di Maria” e si definisce con orgoglio “uomo d’onore” e parla del parente mafioso come di persona che discende da “famiglia educata”.

Il linguaggio della mafia è un linguaggio che risponde a un codice, a suo modo può definirsi etico. Ma la sua è una morale capovolta. I buoni sono cattivi (carabinieri, polizia), i cattivi sono buoni (mafiosi). Il rispetto è la base. Il crimine e l’interesse, la molla che muove tutto.
Falcone e Borsellino, venticinque anni dopo. Il mondo è cambiato, tutto è rimasto com’era. Anche il linguaggio.

© Riproduzione Riservata

Commenti