Cosa succede al Quirinale quando il Presidente incontra i leader politici

Considerazioni per capire, per esempio, come funziona in concreto la messa a punto della lista dei ministri di un governo della Repubblica

mattarella

Sergio Mattarella, 31 dicembre 2017 – Credits: EPA/FRANCESCO AMMENDOLA / PRESIDENTIAL PRESS OFFICE

Marco Ventura

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Quanto darei per trovarmi nello studio alla Vetrata al Quirinale e assistere ai colloqui del capo dello Stato con i leader dei partiti e i presidenti del Consiglio incaricati.

Prima Giuseppe Conte, giurista elegante che per un po’ è stato “l’avvocato degli italiani” e dalla vetrata è uscito ammaccato e con tante cicatrici, e adesso Carlo Cottarelli, che ha l’aspetto di un attore hollywoodiano ma, dicono, la scorza dura, un carattere tosto. Lui getta il cuore oltre gli ostacoli pur di formare una compagine di governo altamente qualificata e di sua fiducia. Ma è sempre in agguato un colpo di telefono o un ripensamento o un dubbio.

O anche altro, chissà. Perché Cottarelli è il genere di uomo, esperto di macroeconomia nel board del Fondo monetario internazionale, tanto coriaceo da andare allo scontro, lui commissario alla Revisione di spesa incaricato dal premier Enrico Letta, con il successore Matteo Renzi e da questi esserne silurato, e promosso “ut amoveatur” per rientrare coi galloni diplomatici nel FMI, quindi potrebbe anche dire “no” a qualche suggerimento del capo dello Stato nell’esercizio dei suoi poteri (di nomina del Presidente, ma di proposta e indirizzo politico del premier).

Dicevo che vorrei trovarmi fra i due, Mattarella e Cottarelli, per capire come funziona in concreto la messa a punto della lista dei ministri di un governo della Repubblica. Chi propone, chi accoglie, chi si rifiuta. Le telefonate che si fanno. O che arrivano. Dall’Italia o anche, chi può dirlo, dall’estero. Il linguaggio che viene usato per far passare un nome invece di un altro. Quanto peso ha il capo dello Stato, e quanto il premier incaricato.

Credo che ci sarebbe molto da imparare. Dal momento in cui ciascuno di noi vota (o non vota), da quel momento scatta il percorso della democrazia rappresentativa e le scelte finiscono in mano a partiti e parlamentari, e poi al capo dello Stato, che rivendica il proprio ruolo di “garanzia”, insomma di tutela (anche dei nostri risparmi, abbiamo scoperto) e a una sfilza di alti burocrati, camerlenghi e segretari generali e consiglieri di Palazzo, al cui fuoco ardono le pietanze che ci saranno servite in conferenza stampa sul doppio Colle. Quirinale e Montecitorio.

Qualcuno potrebbe entrare ministro alla Vetrata e uscirne bidonato, altri non sperare nulla e ricevere la fatidica chiamata. Funziona così, la politica è negoziato. È colpo di scena, oggi più che mai. Si moltiplicano i “no” ma anche i “ci ho ripensato”.
Il “no” del capo dello Stato all’economista non ortodosso, e i “no” dei premier designati. A volte il compromesso è impossibile e se qualcuno si rifiuta di piegare la testa, finisce che va in tilt il sistema. Ed è braccio di ferro istituzionale. E sfumano i confini tra Repubblica parlamentare e Repubblica presidenziale o, persino, della Piazza o della Rete.

Questo è il gioco della politica, una cosa a metà tra Monopoli e gioco dell’Oca, in cui noi comuni mortali non sapremo mai chi è stato davvero a battere metaforicamente i pugni sul tavolo. Chi a dare l’aut aut e chi ad accusare botta senza reagire. E chi ha ragione e chi ha torto, secondo la Costituzione che diventa un testo tutto da interpretare.

Quanto avrei voluto entrare invisibile nello studio alla Vetrata per capire come si possa non dare l’incarico al leader della coalizione vincente nelle elezioni, ancorché di maggioranza solo relativa, per poi consegnarlo a un professore sconosciuto ma forte dell’appoggio teorico di una maggioranza assoluta in Parlamento, e infine a un economista di primissimo livello che però sulla carta raccoglierà zero voti in Parlamento. Come possa nascere un governo platonico dei “migliori”, o un esecutivo politico guidato da un professore. Fino al colpo di teatro conclusivo.
È questa la democrazia, bellezza?

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